Al Gemelli, un cieco torna a vedere la luce

In questi due anni la preoccupazione principale della Terra riguarda la cura e la prevenzione del Covid-19, ma la scienza lavora nel mentre per risolvere altre problematiche di primaria importanza.
L’ultima news arriva direttamente dal Policlinico Universitario Gemelli, dove il Dott. Stanislao Rizzo è riuscito a ridare la vista a un paziente cieco.

Il medico, di origini calabresi, ha studiato a Firenze dove si è specializzato in oculistica e ha dato inizio alla sua ascesa personale.
Già conosciuto per il suo talento nelle operazioni, raggiungendo persino un picco di tremila operazioni all’anno, è stato il primo a implementare l’uso di Angus, la protesi in grado di «donare la vista».

Ma i suoi successi non si fermano qui. Il professore è riuscito a testare, quasi per primo in tutta Europa, il nuovo impianto israeliano NR600.
Questa nuova retina è dotata di 400 elettrodi ed è una versione migliorata della protesi ormai obsoleta Angus.
L’intervento è stato portato a termine su un paziente di 70 anni che soffre di retinite pigmentosa, ovvero di una distrofia retinica ereditaria che porta alla perdita dei fotorecettori dell’occhio e che colpisce l’epitelio pigmentato e retina.
Questa malattia porta alla perdita del campo visivo periferico e, a lungo andare, alla cecità notturna fino a collimare con la totale cecità quando la malattia raggiunge il proprio apice.

L’intervento è stato svolto con successo, ma l’uomo sopracitato non ha riacquistato totalmente la vista: ha potuto percepire la luce. Secondo i ricercatori, per poter vedere le immagini sarà necessario condurre un periodo di training nel quale l’occhio dovrà essere rieducato a vedere nuovamente.

Ma da che cosa è composta questa nuova retina?
La protesi è spessa 1 mm e deve essere posta sulla retina del paziente per poter andare a rimpiazzare i fotorecettori dell’occhio con degli elettrodi. Questi strumenti elettronici dovrebbero collegarsi al cervello per poter così permettere il trasporto di informazioni.
Questo impianto viene ricaricato poi tramite alcuni occhiali che hanno la funzione di proiettare sulla retina artificiale alcuni raggi infrarossi che hanno lo scopo di «far funzionare» alcuni piccoli impianti fotovoltaici.
Questi occhiali speciali sono anche in grado di rielaborare gli input esterni tramutandoli in impulsi elettrici.

Il paziente potrà trarne grande beneficio, in quanto potrà essere in grado di vedere sia la forma degli oggetti che il loro movimento.
Tuttavia vi è una brutta notizia: il cieco non potrà mai arrivare a vedere come una persona vedente e come anche ha dichiarato il professore «solo i pazienti divenuti ciechi in età adulta possono trarne beneficio perché la corteccia visiva deve aver ricevuto durante lo sviluppo della visione i necessari stimoli per la sua crescita. Una delle patologie che possano risentire favorevolmente di tale tecnologia è la retinite pigmentosa avanzata, in cui i fotorecettori retinici sono andati completamente distrutti ma le cellule deputate alla conduzione dello stimolo visivo ancora sopravvivono».
Questo inconveniente ha allontanato l’interesse degli investitori nel settore, anche a causa del grande ammontare di tempo richiesto dalla sperimentazione e approvazione di questo nuovo sistema.
Nondimeno, la scienza non si arrende, giacché come dichiara lo stesso Rizzo «l’idea di restituire anche solo una parvenza di vista a persone che vivono da anni nel buio è il sogno di qualunque medico».

Luisa Bizzotto

Laureata all'Università di Padova Ingegneria Chimica e dei Materiali, frequento il corso internazionale Susteinable Technologies and Biotechnologies for Energy and Materials presso l'Almamater Studiorum Università di Bologna. Scrivo per La Voce che Stecca dal 16 luglio 2015 e su queste pagine mi occupo di cultura, musica e sport, ma soprattutto di scienza, la mia passione.

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