Giuramento Biden – Harris: la democrazia USA rinasce all’insegna dell’unità

Niente più Trump: ieri, mercoledì 20 gennaio, Joe Biden e Kamala Harris hanno prestato giuramento come presidente e vicepresidente degli Stati Uniti. Anche quest’anno la cerimonia, che a causa della pandemia si è svolta senza i soliti bagni di folla per i nuovi eletti e in tempi relativamente brevi, ha messo in scena i grandi simboli della cultura politica americana, da quelli più istituzionali a quelli meno espliciti della retorica dei discorsi dei suoi protagonisti. Eppure non è stata una cerimonia come le altre: esattamente come era successo in seguito alla prima elezione di Obama nel 2008, dopo la presidenza di Trump l’insediamento di Biden non è intelligibile come un mero passaggio di testimone, ma, piuttosto, come quella che molti americani e per certi versi il mondo intero sembra star vivendo come una rinascita della democrazia e delle sue istituzioni. 

Solo due settimane fa il Campidoglio, palcoscenico tradizionale per le cerimonie di insediamento e di giuramento, aveva fatto da sfondo ad uno degli attacchi insieme più violenti e surreali che la democrazia statunitense abbia dovuto affrontare negli ultimi anni. Proprio all’attacco di cui si erano fatti promotori sostenitori dell’ex presidente Trump è stato più volte fatto riferimento nella giornata di mercoledì e non solo per denunciarne la gravità. L’evento, che fin dalle sue prime ore era sembrato l’opera di una minoranza nelle cui azioni per la maggior parte del Paese era impossibile identificarsi, è stato strumentalmente inserito nei discorsi della giornata di mercoledì come simbolo di quella spaccatura interna che la nuova amministrazione si ripromette di saldare. 

In uno dei passaggi forse più emblematici del suo discorso Biden ha affermato: «Sono consapevole che parlare di unione può suonare come una folle fantasia di questi tempi, so che le forze che ci dividono sono profonde e reali ma so anche che non sono una novità: la nostra storia è sempre stata quella di una costante lotta tra l’ideale americano, per cui siamo tutti stati creati uguali, e la dura realtà in cui razzismo, nativismo, paura e demonizzazione ci hanno a lungo separati». Pur non risultando di particolare effetto o originalità, la retorica a cui il Presidente ha fatto incessantemente ricorso per tutta la campagna elettorale permettendogli di costruire la propria legittimità come candidato e futuro presidente eletto ha qualcosa di nuovo rispetto ai discorsi delle cerimonie passate. 

Per costruire un’immagine di sè il quanto più credibile possibile come potenziale presidente Biden non ha infatti potuto fare affidamento sulla storica diffidenza degli americani verso l’establishment, che aveva invece determinato la vittoria di Trump sulla Clinton quattro anni fa. Non ha potuto farlo innanzitutto in quanto membro di lunga data delle istituzioni politiche american, ma soprattutto perché negli ultimi quattro anni erano state proprio le istituzioni democratiche ad essere state messe duramente alla prova.

Proponendosi come il restauratore della democrazia americana mantenendo un tono sempre conciliante e mai divisivo, Biden ha conquistato così l’elettorato, anche quello dei democratici che a lui avrebbe preferito altre figure. In questo senso quella a cui si è assistito mercoledì non è stata la cerimonia di giuramento dell’amministrazione anti-Trump, e in questo Biden ed Harris sono stati estremamente saggi, piuttosto il momento in cui le radici democratiche degli Stati Uniti sono state rinsaldate per il bene dell’intera collettività.