C’è qualcosa di peggiore della morte? Forse sì, quando al tuo posto muoiono una mamma e i suoi due bambini. È quanto è avvenuto il 2 aprile 1985 a Pizzolungo, in provincia di Trapani, quando una bomba di mafia diretta al magistrato Carlo Palermo ha ucciso, per una serie di coincidenze, Barbara Rizzo e i suoi figli di sei anni Salvatore e Giuseppe Asta. Mentre lui ne esce illeso e la sua scorta ferita.

Questa è la storia che vi racconteremo nei prossimi giorni attraverso gli articoli di Betty Mammucari. Una storia di mafia, di inchieste giudiziarie molto complesse, ma anche una storia di persone, di morti e di sopravvissuti. Ed è soprattutto la storia di un magistrato, oggi avvocato, Carlo Palermo, che ha pagato forse nel modo più terribile il proprio impegno contro la criminalità organizzata.

L’inchiesta di WatchDogs si divide in tre parti. Inizieremo con un’introduzione sulla figura di Carlo Palermo e sul suo lavoro precedente al 1985. La seconda puntata invece punterà a spiegarvi il clima che si respirava a Trapani nella prima metà degli anni Ottanta. Il 25 gennaio 1983 Cosa Nostra aveva ucciso il pm Giangiacomo Ciaccio Montalto mentre rientrava a casa, privo di scorta e a bordo della sua auto non blindata nonostante le minacce ricevute. Della strage di Pizzolungo ci occuperemo nel dettaglio nella terza puntata della nostra inchiesta. 

Quello che vorrei che vi arrivasse da questo lavoro è che, quando si parla di omicidi di mafia, ci sono i fatti, i documenti e le indagini ma ci sono soprattutto le persone. Le vittime e le loro famiglie distrutte dal dolore. La strage di Pizzolungo ci mostra in modo evidente che Cosa Nostra, come tutte le mafie, quando vuole raggiungere un obiettivo non si preoccupa che possano essere coinvolte anche persone che non c’entrano niente

L’unica colpa di Barbara Rizzo e di Salvatore e Giuseppe Asta è stata quella di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato. Probabilmente quell’esplosione è stata talmente violenta che neanche si sono accorti di quello che stava accadendo. Quando si parla di mafia, non rischiano solo quelli che stanno «in prima linea»: chiunque può trovarsi al posto sbagliato al momento sbagliato. L’indifferenza non è solo colpevole, è anche una roulette russa

Foto di copertina: Niccolò Caranti

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Di Tito Borsa

Giornalista professionista e fotografo. Ho pubblicato vari libri tra storia, inchiesta giornalistica e fotografia

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