Il 17 febbraio scorso, a distanza di una sola settimana dall’invasione russa dell’Ucraina, Eteri Tutberidze, regina del pattinaggio mondiale, festeggiava a Pechino il trionfo dell’allieva Anna Scherbakova, nuova campionessa olimpica nella gara individuale femminile di pattinaggio di figura.
La guerra di aggressione di Putin ha, però, privato le stelle olimpiche russe della possibilità di confermare il proprio dominio ai Mondiali di Montpellier.
Il Comitato Olimpico Internazionale, infatti, con un comunicato ufficiale, ha invitato tutte le federazioni sportive internazionali e gli organizzatori di eventi sportivi internazionali a non ammettere atlete e atleti, delegazioni e dirigenti sportivi di Russia e Bielorussia.
Mentre la scure degli organismi sportivi abbatte alcuni fra i maggiori atleti viventi, una campagna sistematica di cancellazione individua, segnala e annienta personaggi e oggetti richiamanti la cultura russa.
L’Università Bicocca di Milano, prima delle fragorose polemiche susseguenti, ha deliberato il rinvio di un corso a quattro lezioni sulla figura di Fedor Dostoevskj. La Cardiff Philarmonic Orchestra, invece, ha rimosso le composizioni di Tchaikovsky dal proprio programma concertistico. Perfino il Moscow Mule, il cocktail americano a base di vodka, ha cambiato nome per sradicare ogni legame con il lontano parente russo.
Il nemico russo è bandito dagli stadi, dalle lettere, dalle note musicali e perfino dalle papille gustative.

Non è concepibile nessuna equidistanza; se vogliamo essere fedeli ai nostri valori, dobbiamo sostenere il popolo ucraino che lotta per non soccombere all’invasione, per non perdere la propria libertà.

Questo sostegno non può e non deve significare inimicizia nei confronti del grande popolo russo, anzi. Anche questo popolo subisce le conseguenze nefaste delle scelte e della condotta disumana dei suoi governanti. Condotta che reca offesa alla memoria dei 20 milioni di caduti dell’Unione Sovietica – dunque russi e ucraini insieme – nella guerra vittoriosa contro il nazifascismo.

Liliana Segre, 25 aprile 2022

Cancel Culture: il nuovo strumento di annientamento del nemico

Mentre sotto i fasti dell’Antica Roma era il Senato romano a decretare la morte civile del soggetto ostile, nell’era del capitalismo della sorveglianza e dell’iperconnessione la spinta iconoclasta è attribuita all’iniziativa privata.
Milioni d’internauti si accalcano lungo la rete dei social network, filtrano i dati personali dell’individuo losco e, qualora rinvengano tracce di un pensiero molesto, recidono ogni relazione intrattenuta.
Il fenomeno dispiegato ha assunto nell’ultimo biennio il titolo di cancel culture.
In seguito alla morte violenta di George Floyd, le fasce più avanzate e progressiste della società statunitense hanno, infatti, sviluppato un moto d’indignazione e protesta avverso i valori di una cultura razzista e discriminatoria.
I moderni censori si sono prima accaniti su Cristoforo Colombo, reo di aver introdotto il seme del suprematismo bianco, per poi virare sull’emarginazione di personaggi e pellicole che hanno nutrito l’immaginario americano del XX secolo, come Via col Vento, Dumbo e Grease.
Come analizzato da uno dei più noti e influenti pensatori contemporanei, Noam Chomsky, nonostante sia da accogliere con positività ed effervescenza l’emersione di un pensiero collettivo attento ai principi di eguaglianza e inclusione, occorre frenare la sua degenerazione più pericolosa e contraddittoria, ossia l’intolleranza.
Il sedicente progressismo, infatti, qualora decida di estirpare le opinioni e le condotte sgradevoli, tradisce il compito di salvaguardare la libertà di parola, il motore della democrazia.
Così, se nei confini angusti degli Stati Uniti d’America la falce demolitrice elimina i nemici delle minoranze, in tempo di guerra e nell’ambito del più affollato spazio euro-atlantico, la furia perbenista, ambasciatrice della purezza, travolge i cittadini russi, incarnazione del male.

L’uso italiano della cancel culture

In tale contesto internazionale, la rinnovata e sorprendente propensione al disprezzo verso ogni individuo connesso a Mosca contamina anche l’Italia.
Il dibattito pubblico si incendia sull’opportunità di accogliere giornalisti russi presso le trasmissioni televisive italiane, il rasoio della censura assegna ai pacifisti l’etichetta di filoputiniani, i più alti amministratori della Rai espellono dal palinsesto di Cartabianca, il talk show che ospita ogni settimana il pacifista filoputiniano per eccellenza, Alessandro Orsini.
Ad alimentare il più alto tasso di polemiche e sdegno è, però, la clamorosa intervista di Giuseppe Brindisi a Sergey Lavrov, Ministro degli affari esteri russo.
Dinanzi alle telecamere di Rete 4, il fedelissimo di Putin, in assenza di contraddittorio, ha liberamente dispiegato per 40 minuti lo strumento più formidabile dell’arsenale retorico russo, vale a dire la qualificazione dell’operazione militare speciale in atto come unico espediente per la denazificazione dell’Ucraina.
Spingendosi nelle aree dell’aberrante, dell’intollerabile e del falso storico, il capo della diplomazia russa ha equiparato le volontà belliche del Presidente Zelensky, di origine ebraica, all’aggressività militare e genocida di Hitler, motivando che anche quest’ultimo, a dispetto dell’ideologia nazista della razza, era un ebreo nazista, un ebreo antisemita.
Le dichiarazioni irricevibili di Lavrov hanno, così, legittimamente scatenato la dura reazione di Israele, stanca di subire, a opera di entrambe le propagande di guerra, la strumentalizzazione della dolorosa storia ebraica, ma, al tempo stesso, hanno generato nel Bel Paese un clima di acredine nei confronti del giornalismo non conforme alle direttive di epurazione della voce russa.
Nelle parole di Enrico Letta ed Enrico Mentana, due tra i più fervidi sostenitori della cancellazione, non si coglie, infatti, la preoccupazione verso una forma di giornalismo docile e piatto, agente da mera cassa di risonanza del potere, quanto piuttosto la volontà di derubricare come ingiusto e, dunque cancellabile, il contenuto della voce russa.
La cultura dualista dell’intolleranza, dell’iconoclastia e del manicheismo non accetta di sottoporre le opinioni al vaglio critico, per l’intercettazione delle sfumature, in capo a una complessa operazione di mediazione delle idee.
L’operatore della cancel culture si muove, invece, entro due poli assoluti e monolitici, l’ascolto passivo e servile dell’opinione comoda ovvero la bellicosa demolizione del pensiero impuro.

cultura russa
…e da qui all’intolleranza attiva il passo è breve.

Gli effetti deleteri della cancellazione: dallo Streisand Effect alla sindrome dell’accerchiamento


Il dualismo imperante è incapace di fornire armonia ed equilibrio.
La ricezione adulatoria del pensiero violento e discriminatorio, infatti, funge da megafono, presso l’opinione pubblica, di valori scorretti, dall’elevata capacità criminogena.
L’accetta della censura, poi, nonostante agisca con l’obiettivo di annullare ogni traccia della mentalità discriminatoria, servendosi paradossalmente di un modus operandi violento e discriminatorio, seppellisce la libertà di espressione e, cosa ancor più incredibile, contribuisce alla diffusione e proliferazione del contenuto rimosso.
Le forbici delle cancel culture, una volta avventatesi su ogni personaggio direttamente o indirettamente richiamante un contatto con la cultura russa, hanno, infatti, in primo luogo l’effetto di amplificare la notorietà del soggetto o dell’oggetto eliminato, come dimostrato dai moderni studi di psicologia sociale in tema di Streisand Effect.
In secondo luogo, applicate nella dimensione bellica attuale, esacerbano presso la società russa il sentimento di accerchiamento esterno su cui fa leva la propaganda putiniana per fondare le ragioni del conflitto.
Non è un caso, infatti, che all’esito dell’immediata campagna di distruzione della cultura russa, lo stesso Vladimir Putin abbia accusato l’Occidente di praticare la cancel culture ai danni della Russia.
Così, mentre gli euro-atlantici hanno festeggiato a Montpellier, sede dei Campionati Mondiali di pattinaggio, la consacrazione dei maggiori pattinatori statunitensi, canadesi, giapponesi e francesi, in quel di Saransk le telecamere della televisione di Stato hanno rappresentato la forza, la classe e la bravura dei pattinatori russi, in occasione del campionato domestico Channel One Trophy.
Anna Scherbakova, Dostoevskj e Tchaikovsky sono e, a fortiori, rimarranno eroi nazionali.

Di Carmen Calì

Classe 2000, figlia del XXI secolo e delle sue contraddizioni. Ho conseguito la maturità presso il Liceo Classico Eschilo di Gela e frequento la facoltà di Giurisprudenza presso l'Università di Trento

La Voce che Stecca