Come giornalista, considero mio dovere difendere la libertà

Marina Ovsjannikova

Marina Ovsyannikova è una donna libera.
Dopo 14 ore di interrogatorio presso le autorità russe e in assenza di assistenza legale, le è stata inflitta una sanzione pecuniaria pari a 30mila rubli russi.
Marina, fino allo scorso 14 marzo, esercitava la professione di giornalista presso Channel One, il primo canale della televisione di Stato.
Oggi Marina rappresenta, per l’Occidente, il simbolo della Russia che si indigna, che si ribella, che beffa la propaganda.
Con un gesto di estremo coraggio, si è, infatti, abusivamente introdotta nel bel mezzo della diretta televisiva e, con un cartello, ponendosi alle spalle della più nota conduttrice, ha voluto attribuire alla battezzata «operazione militare speciale» il titolo di guerra fratricida.

L’EFFETTO COLLATERALE DELLA CENSURA PUTINIANA: la visibilità mediatica come fonte di protezione


Il goffo intervento di censura, il consequenziale arresto e le ore di silenzio sulle condizioni di Marina, hanno stimolato la preoccupazione della comunità internazionale.
Dal portavoce dell’Ufficio delle Nazioni Unite per i diritti umani, Ravina Shamdasani, al presidente della Repubblica Francese, Emmanuel Macron, molti hanno preteso, dalla Russia di Putin, la più mite e clemente delle reazioni.

L’autocratico sistema russo di controllo e repressione del dissenso, riconfermato dall’episodio di Marina e rinvigorito per narrare i nuovi racconti dal fronte, costituisce, per i media occidentali, l’occasione per istituire un duro raffronto tra l’arida Russia del despota criminale e il democratico Occidente delle libertà.
La libertà di manifestazione del pensiero, però, è un bene delicato, costoso, sotto il costante attacco, in tempi di guerra e di pace, della censura.

LENNY BRUCE, IL MESSIA DEL PRIMO EMENDAMENTO

Lenny Bruce nel 1963



lI Congresso non promulgherà leggi che limitino la libertà di parola e di stampa


Primo Emendamento della Costituzione degli Stati Uniti d’America

Negli anni in cui l’America del jazz si accingeva a scoprire gli assassini dei fratelli Kennedy, il brutale omicidio di Marthin Luther King e la rivoluzione dei costumi, un losco figuro perseguitava il perbenismo della borghesia conservatrice.
Il suo nome era Lenny Bruce, il suo strumento era la stand up comedy, il suo obiettivo era il salace disvelamento dell’ipocrisia.
Al secolo Leonard Alfred Schneider, Lenny calcava i palchi di locali notturni e di prestigiosi teatri, si annidava nei quartieri dell’alta società e negli spiazzi della comune cittadinanza, per parlare, senza imbellimento alcuno della parola rude e sporca, di religione, razzismo, politica, sesso, capitalismo e droga.

L’ISOLAMENTO DEL COMICO OSCENO


In breve tempo una croce nera calò sulla sua testa.
Lenny Bruce, il comico ebreo che fulminava le incantevoli figure di Eleanor Roosevelt e Jacqueline Kennedy, fu eletto, contro la sua volontà, Messia della libertà di espressione.
Se, durante l’era Eisenhower erano a lui inaccessibili i maggiori programmi della prima serata televisiva, con l’avvio degli anni ‘60 gli furono progressivamente negati anche i palcoscenici di piccole dimensioni.
Squattrinato e divorato dalla tossicopendenza, stigmatizzato dalla critica dominante come sick comic, fu arrestato tre volte prima di essere travolto dal verdetto definitivo.
Nel dicembre del 1964 la Corte di New York lo condannò a 4 mesi di lavoro carcerario, per essere ricorso, in violazione del Codice Penale di N.Y 1120, all’uso di parole oscene.
Nessun effetto sortì la pubblica dimostrazione di vicinanza di personalità come Elizabeth Taylor, Woody Allen e Bob Dylan.
Il 3 agosto del 1966 Lenny Bruce, a soli 40 anni, morì, solo, nel bagno del suo appartamento di Hollywood, per acuto avvelenamento da morfina.
La sua satira tagliente, sfrontata e disinibita non poté non suscitare l’apprezzamento delle future generazioni di comici.

IL TRIONFO POSTUMO DI LENNY BRUCE


George Carlin e Richard Pryor, presentandosi al grande pubblico come suoi successori, intesero sfidare le severe maglie della Corte Suprema e difendere il dettato del Primo Emendamento.
Oggi il volto di Lenny ha trovato un nuovo ingresso presso la cultura pop contemporanea, grazie a The Marvelous Mrs Maisel, la serie televisiva, prodotta da Amazon Studios, che narra le avventure di Midge.
La protagonista, giovane madre e casalinga, inseguendo proprio le orme di Bruce, decide di intraprendere la carriera di attrice comica.
Il sacrifico di Lenny Bruce, il Messia della parola, ha davvero purificato l’Occidente dalle contraddizioni del sistema?
E noi, nel pieno di un conflitto bellico dalle conseguenze inevitabilmente globali, siamo capaci di garantire il pieno ed effettivo esercizio della libertà di parola?

LA CACCIA AI FILO-PUTINIANI

Molti descrivono la più spaventosa guerra del XXI secolo come il conflitto tra democrazia e dittatura, come la rappresentazione della superiorità morale della libertà sulla depravazione della servitù intellettuale.
Da più parti si incensano gli spazi comuni di dibattito.
Qualcuno, ad esempio, definisce, in Italia, il talk show come un genere televisivo che, anche nelle more della guerra di Ucraina, può e deve raccogliere gli esponenti delle plurime opinioni.
La percezione di irenica ed armonica convivenza delle idee non è, tuttavia, unanime.

LA CROCIFISSIONE DI ALESSANDRO ORSINI

La domanda che mi pongo è sempre la stessa: se tra vent’anni l’Italia dovesse essere travolta da un’ondata di razzismo e di antisemitismo, se noi non insegniamo ai giovani che bisogna lottare per la libertà di pensiero e la libertà di informazione, chi difenderà la nostra democrazia?
In questo momento non si può riflettere intorno alle cause della guerra e dobbiamo tutti ripetere le medesime parole.
Questo è molto sbagliato, molto dannoso per il futuro dell’Europa, per la vita degli ucraini.
Questo, invece, è il messaggio che voglio inviare ai miei studenti: io sono forte, sono qui, non arretro.

Alessandro Orsini

Mentre i sondaggi parlano di una maggioranza nazionale contraria all’invio di armi in Ucraina, acquista maggior diffusione la teoria di coloro che, richiamandosi alle considerazioni di George Kennan, Henry Kissinger e Bernie Sanders, riconducono all’espansionismo militare della Nato la causa dell’aggressione putiniana.
Luciano Canfora, a tal proposito, denuncia l’emersione di un neo-maccartismo, pronto a trucidare con il rasoio della censura chiunque osi svelare le responsabilità dell’Occidente.
In tale contesto, il nuovo Messia della libertà di espressione è Alessandro Orsini, docente di sociologia del terrorismo internazionale presso la Luiss.

Alessandro Orsini, professore di sociologia del terrorismo internazionale presso l’Università Luiss Guido Carli, nonché editorialista de Il Fatto Quotidiano


Accusato di assumere posizioni filo-putiniane, Orsini è stato prima colpito dall’avviso di richiamo dell’Ateneo, è stato poi privato, in seguito alle proteste di esponenti del Partito Democratico e di Italia Viva, della possibilità di ricevere un gettone di presenza per la sua partecipazione al programma televisivo Cartabianca.
Anche in tale occasione, tuttavia, le operazioni di deprecazione e isolamento non sono riuscite nel tentativo di allontanare l’opinione pubblica dall’ascolto della parola sovversiva.

L’EFFETTO STREISAND: LA CONSEGUENZA INDESIDERATA DELLA CENSURA


‘’Aspiriamo sempre a ciò che è proibito e desideriamo le cose che sono negate.”

Ovidio



Le storie di tre personaggi, una giornalista, un comico e un professore, dimostrano che l’avversario intellettuale, allorché ricorre all’arma della censura, si affida, inconsapevolmente, ad una pallottola spuntata.
Come segnalato dai moderni studi di psicologia sociale, la mente umana è strutturalmente predisposta al desiderio di trasgredire il divieto.
È l’effetto Streisand: non appena la regola sociale impone l’oscuramento della parola proibita, la moltitudine si appresta a ricercare l’informazione segreta.
La censura, insomma, agisce paradossalmente da megafono del concetto sovversivo.
Una lezione soprendente, allora, si spiana per i sostenitori delle maniere forti: chi intende sopprimere il pensiero indigesto non può sfruttare con successo il barbaro metodo della censura, ma deve dimostrare, con rigore, la validità delle proprie considerazioni.
Che nessuno censuri il professor Orsini, se intende realmente allontanare l’opinione pubblica dall’accettazione delle sue opinioni.

Di Carmen Calì

Classe 2000, figlia del XXI secolo e delle sue contraddizioni. Ho conseguito la maturità presso il Liceo Classico Eschilo di Gela e frequento la facoltà di Giurisprudenza presso l'Università di Trento

La Voce che Stecca