Per chi, dotato di poco spirito di osservazione, non se ne fosse accorto, a ottobre voterò «No» al referendum costituzionale. Non sarà un voto espresso con felicità: prima di tutto perché mi unirà, seppur per il tempo di una croce, con personaggi del calibro di Matteo Salvini, poi perché sotto sotto covo il sogno di un referendum diverso, in cui l’espressione della volontà popolare sia preceduta da un dibattito serio, da un’informazione vera di quelli che sono significato e prospettive della vittoria del «Sì» e del «No», dal contenimento del quesito che non è mai (né deve essere) un plebiscito sul governo e soprattutto da un rispetto reciproco fra gli schieramenti.

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Il «Sì»: una campagna di slogan semplicistici

Un referendum costituzionale mette in primo piano la riforma della Carta che non ha raggiunto la maggioranza qualificata al vaglio delle camere, i cittadini sono chiamati a esprimere il proprio voto solo su quello, non sull’operato dell’esecutivo né sui partiti che si fanno portavoce di uno schieramento o dell’altro. La Costituzione resta, i governi, i partiti e i parlamentari prima o poi se ne vanno. Si tratta di stabilire le «regole del gioco» che serviranno a tutti e a cui ciascuno dovrà attenersi.
Voterò «No» senza pensare a quanto affermato da Matteo Renzi: se perderà la sua scommessa costituzionale lascerà la politica. Mi auguro che lo faccia davvero ma non avrò in testa questo quando apporrò la croce sulla scheda elettorale: il mio voto servirà, mi auguro, a impedire uno sfregio economicamente e praticamente insensato di una Costituzione che può essere cambiata ma non in questo modo, non da un parlamento eletto con una legge elettorale dichiarata incostituzionale. Siamo consapevoli che la Corte costituzionale non ha ordinato lo scioglimento delle camere, ma è indubbio che le liste bloccate e il premio di maggioranza folle, ossia i motivi più macroscopici della bocciatura del porcellum, abbiano influito (e continuino a influire) sui provvedimenti legislativi attuati. È politicamente assurdo che questo parlamento, oltre ad aver votato il ddl Boschi e ad averlo fatto arrivare fino al referendum, ha dato la fiducia al governo Renzi e ha eletto Giorgio Napolitano, che ha nominato l’ex sindaco di Firenze e gli ha spianato l’autostrada con direzione palazzo Chigi.
L’abolizione del bicameralismo perfetto può essere l’inizio di una discussione: chi scrive non rifiuta il confronto né è prevenuto rispetto a qualunque forma di cambiamento. Ammesso e non concesso che si dovesse superare il bicameralismo perfetto, perché non abolire il Senato direttamente, invece di trasformarlo in questo scempio giuridico? Non certo per una questione economica: è stato recentemente mostrato che la spesa maggiore affrontata dallo Stato per palazzo Madama sia dovuta alla struttura nel suo insieme, piuttosto che agli «stipendi» dei senatori. A cosa serviranno questi 100 piccoli indiani?
Io voterò «No», voi votate quello che volete; però ricordate che questa non è politica, la questione sta trascendendo il dibattito fra idee diverse per avvicinarsi alla tifoseria da stadio e una buona parte di responsabilità di questo appartiene al premier Matteo Renzi.

Di Tito Borsa

Giornalista professionista e fotografo. Ho pubblicato vari libri tra storia, inchiesta giornalistica e fotografia

La Voce che Stecca