Il cinema neorealista, gente comune che raccontava se stessa

Gli sconvolgimenti del sistema costituito accadono per necessità incombente. Quando si vuol raccontare, ma non si hanno sufficienti mezzi per rispondere alle regole fissate dai codici costituiti, esce fuori l’estro umano creando nuove correnti di pensiero che si adattano al nuovo contesto. Nella storia del cinema, l’avvento del Neorealismo rispose a queste specifiche caratteristiche.

Dietro questa corrente cinematografica non ci fu un’attenta analisi. Un insieme di fattori storici, economici e sociali portarono, senza una programmazione di fondo, a un netto capovolgimento. L’Italia usciva dalla dominazione del Fascismo e, alla fine della Seconda Guerra Mondiale, si aprirono le porte per una narrazione che cogliesse la nuova percezione del mondo e ne raccontasse le particolarità. C’era un conflitto strutturale: da una parte si riviveva la libertà di poter narrare; dall’altra, con la sconfitta bellica del Paese, mancavano le risorse economiche per rispondere a quest’esigenza rispettando i canoni passati. La risposta fu il Neorealismo.

Registi importanti come Roberto Rossellini, Vittorio De Sica e Luchino Visconti ruppero i codici precostituiti, rielaborandoli e trasformandoli per assorbire i limiti finanziari e narrare la mutazione della società, che in quel periodo aveva tante cose da esporre al pubblico. Gli ostacoli erano costituiti da un budget limitato, specie per far fronte alla strumentazione e al cast. L’avvenuta rielaborazione portò il Neorealismo a rendere parte integrante del proprio ambiente un disordine di fondo. Esso accoglieva gli errori, una minor raffinatezza, un cast non specializzato. Tuttavia, guadagnava in un sovrappiù di realismo, di espressività, di sentimento. Questi elementi formarono un sistema non codificato che divenne una scia che dall’Italia si diffuse successivamente in tutto il mondo.

Il filo conduttore del neorealismo era il racconto dei problemi sociali italiani, raccontati in ambienti dove le scene venivano girate tra la gente, al centro della vita reale, dove attori di professione erano talvolta mescolati a persone non professioniste. Non era raro per un regista neorealista decidere di narrare una storia di cronaca appresa dai giornali.

Tra le opere principali della corrente neorealista ricordiamo: «Roma, città aperta», Rossellini (1945); «Ladri di biciclette», De Sica (1948). Specialmente l’opera di Rossellini passò alla Storia come manifesto del Neorealismo. Una pellicola che vide la partecipazione di Aldo Fabrizi nei panni di Don Pietro – fucilato dai nazisti per aver appoggiato il CLN – e Anna Magnani, che interpretò Rosa, anch’ella uccisa. Esce fuori il realismo, la frenesia, la paura di esser braccati in qualsiasi momento dall’irruzione dei nazisti. Questo effetto è dovuto anche ad aspetti che definiamo filmici, quindi legati alle scelte del regista. Il riferimento va a ciò che c’è dietro la macchina da presa e al suo utilizzo: inquadrature, movimenti della macchina da presa, diversificazioni della nitidezza. Una continua frenesia, velocità d’azione che ci portano dentro l’atmosfera del periodo, dandoci modo di vivere il pathos.