Poche settimane dopo l’annuncio della nascita di Meta, con conseguente catalizzazione dell’attenzione generale verso gli spazi virtuali di nuova generazione, alcuni episodi poco edificanti hanno già ottenuto l’effetto di correlare il Metaverso e la questione legale. Il più eclatante di essi è avvenuto proprio all’interno della piattaforma di realtà virtuale che appartiene alla vecchia Facebook, Horizon Worlds, dove il 9 dicembre scorso una beta tester ha riportato di essere stata palpeggiata da un altro utente. Mentre ciò avveniva, oltretutto, i passanti virtuali non si sono soltanto astenuti dall’intervenire, ma hanno anche incoraggiato il comportamento.

Questo il suo racconto a riguardo, pubblicato sulla pagina Facebook di Horizon Worlds: «Le molestie sessuali non sono uno scherzo su Internet, ma essere in realtà virtuale aggiunge un altro livello che rende l’evento più intenso. Non solo sono stata molestata la scorsa notte, ma c’erano altre persone lì che hanno sostenuto questo comportamento, il che mi ha fatto sentire isolata».

Sembrerebbe un fatto di poco conto, considerato che si parla comunque di avatar circolanti in spazi virtuali, eppure non lo è per svariati motivi.

Il Metaverso e la questione legale
Horizon Worlds, il Metaverso di Facebook. Fonte

Realtà virtuale e percezione della violenza

La prima motivazione, di carattere scientifico, è che l’alterazione della percezione spaziale e sensoriale operata dalla tecnologia di realtà virtuale nasce con l’intento di convincere il cervello di trovarsi realmente nello spazio alternativo. L’obiettivo a medio termine della ricerca in merito, oltre a perfezionare il sopraggiunto realismo visivo e uditivo, punta ad abbattere ogni barriera sensoriale nei confronti della percezione digitale, compresa quella relativa alla digitalizzazione del tatto, su cui si sta muovendo anche la Commissione UE. Se non si puntasse all’immersione totale, dopotutto, non avrebbe senso superare la barriera interattiva dovuta alla presenza dello schermo.

Se il caso Horizon Worlds è già giuridicamente grave e altamente lesivo della dignità della persona allo stadio attuale della tecnologia, che ancora non contempla tatto e olfatto e dunque relega la violenza subita alla sfera psicologica relazionale, è soltanto questione di tempo prima che sia equiparabile a un atto concreto operato nello spazio fisico. In virtù di ciò, occorre trovare in fretta una quadra tra il Metaverso e la questione legale, evitando così di ripresentare la pericolosa finestra di anarchia digitale che già aveva causato disastri nei primi periodi dell’era dei forum e di quella dei social.

La Safe Zone non basta

Meta, dopo aver analizzato il caso, ha disposto una prima risposta alla problematica ideando il concetto di Safe Zone, una sorta di modalità bolla in cui l’utente non può essere approcciato da altri mentre utilizza la piattaforma. L’utente molestata è stata dunque consigliata di utilizzare tale funzione e di mantenerla attiva fino a quando si fosse sentita minacciata.

Tuttavia, tale strumento è soltanto una toppa momentanea, parziale e insufficiente, che oltre a non risolvere il problema alla radice rischia di scoraggiare lo stesso utilizzo del Metaverso, in quanto l’utente insidiato è posto nelle condizioni di dover menomare gravemente la propria esperienza virtuale, il cui senso profondo è proprio interagire con persone, emozioni ed eventi inaccessibili sul piano di realtà.

L’evoluzione naturale di un approccio esclusivo all’esperienza non è che l’importazione degli attuali filtri dell’algoritmo di Facebook, più concentrato a ricreare la comfort zone dell’utente che non a permettergli l’esplorazione di nuove realtà e possibilità. Ciò comporterebbe ereditare nel Metaverso anche gli effetti avversi di tale approccio, ovvero il mancato utilizzo di Horizon Worlds da parte dei giovani e la sua progressiva in enclavi sempre più piccole e meno accessibili.

Inoltre, la Safe Zone non svolge una funzione punitiva nei confronti dei colpevoli di eventuali reati, ma punta tutto sull’isolamento protettivo per le vittime. Un approccio che, soprattutto nel caso della violenza contro le donne, porta con sé un certo retaggio patriarcale, come sottolineano alcuni osservatori particolarmente sensibili sul tema.

In ultimo luogo, si tratta di una misura a discrezione dell’utente, che sotto la maschera della libertà d’uso cela la volontà delle piattaforme di posticipare l’assunzione di responsabilità il più possibile, almeno fino a quando la politica comincerà a mostrare interesse per il Metaverso e la questione legale correlata. Tuttavia, casi come quello di Horizon Worlds indicano che ciò avverrà molto presto.

Il Metaverso e la questione legale
Il funzionamento dell’opzione Safe Zone. Fonte

Problema culturale e impreparazione legislativa

Il nuovo livello di realismo e immersione possibile negli spazi virtuali del Metaverso non contiene soluzioni intrinseche ai mali della società, così come non le contengono i social media e altri supporti tecnologici alla relazione con gli altri, poiché uno strumento resta tale e assume connotati positivi o negativi a seconda di chi e come lo usa. A tal proposito è vitale la coscienza del mezzo, ovvero la comprensione da parte degli utenti delle potenzialità, dei limiti e delle modalità d’uso deleterie per sé e per gli altri.

L’assenza di quest’ultima è la principale problematica che mette in relazione il Metaverso e la questione legale. Essa si registra da un punto di vista politico, in quanto gli organi legislativi dei vari Stati sono generalmente digiuni di conoscenza sugli spazi virtuali e disinteressati a occuparsene, al punto che si è ancora ben lontani dal definire se la responsabilità legale di ciò che accade all’interno di tali luoghi sia del provider, dell’utente (che quando si tratta di blockchain è anche provider), oppure di un soggetto giuridico superiore che funga da supervisore e legislatore.

Nell’ultimo caso, il più probabile, tale organo sarebbe da creare ex novo, in quanto la natura senza confini del Metaverso supera la competenza dei vari Stati e che l’utilizzo di strumenti come le VPN hanno reso praticamente inutile la rimodulazione del flusso digitale a seconda delle varie legislazioni nazionali.

Al momento, tuttavia uno sforzo collettivo in tal senso è un’utopia, dunque capiteranno altri fatti di cronaca, conditi dagli stessi fallimenti nella tutela, minimizzazioni, reazioni e polemiche che caratterizzano gli attuali spazi social, dove, anche grazie alla barriera dello schermo, è ancora troppo comune una tipologia di utenza altamente tossica che ritiene il sé virtuale esente da conseguenze di tipo legale e lo trasforma nella cloaca in cui riversare le peggiori frustrazioni e soddisfare i più bassi istinti.

Il Metaverso e la questione legale
Il Leone da tastiera, prototipo di utente digitale tossico. Fonte

In conclusione, il problema di fondo che intercorre tra il Metaverso e la questione legale è di matrice culturale e abbraccia tutti i soggetti coinvolti, dai legislatori impreparati alle implicazioni della realtà virtuale, alle piattaforme interessate a scaricare più responsabilità possibile, all’illusione d’impunità che aleggia tra molti utilizzatori. Dato per assodato l’impatto massivo che l’interazione virtuale avrà sulla società nei prossimi decenni, se l’ONU fosse un organismo serio dovrebbe porre tra le proprie priorità la creazione di una sorta di Codice Penale digitale, che coinvolga attivamente le piattaforme donando loro strumenti punitivi più efficaci dell’interruzione del servizio tramite il ban, anch’esso facilmente aggirabile, e che comporti ricadute economiche e legali per i cyber criminali.

Di Marco Ferreri

Classe 1993, volevo fare il giornalista ma non ho la lingua abbastanza svelta. Mi arrabatto tra servire pietanze, scrivere e leggere romanzi, consumare bottiglie di vino, crisi esistenziali, riflessioni filosofiche di cui non frega niente a nessuno e criptovalute. Amo il paradosso, dunque non posso essere più felice di stare al mondo.

La Voce che Stecca