Lo scorso autunno, ammettiamolo, ci eravamo tutti un poʼ illusi che il divario tra lʼItalia e gli altri paesi europei in fatto di alfabetizzazione digitale potesse finalmente essere colmato. Il 27 ottobre 2015, infatti, Stefania Giannini, ministro dellʼIstruzione, ha presentato il piano per rendere la scuola italiana digitale: un miliardo di euro in sei anni, 600 milioni per lʼhardware e 400 per il software (formazione del personale e monitoraggio), fibra a banda ultra-larga alla porta di ogni scuola, registro elettronico per tutti, edilizia scolastica innovativa.

Palazzo Chigi - Il ministro Giannini illustra le linee guida sulla scuola

Il Piano Nazionale Scuola Digitale prevede anche lʼintroduzione degli «animatori digitali», 8500 figure, una per ogni istituto italiano, con il compito di insegnare ai docenti ad utilizzare le piattaforme e a coinvolgere gli studenti in progetti vari sulle opportunità della digitalizzazione, dal coding (ovvero la programmazione) allo scambio culturale via internet con altri scolari stranieri.
Ma sono sorti subito dei problemi: innanzitutto, riguardo alle nomine degli animatori. Il Ministero ha lasciato autonomie ad ogni scuola, quindi alcuni di essi sono stati scelti dai consigli dʼistituto, altri direttamente dal preside, senza concorsi o gare, tanto che si è gridato al favoritismo consueto, «allʼitaliana».
Sì, perché questi animatori non sono nuovi professionisti, con nuovi contratti e con un certo bagaglio di competenze, ma sono insegnanti già presenti nelle scuole, che si sobbarcano anche questa attività in più, oltre alle ore di lezione, dei consigli di classe, di preparazione dei compiti e delle lezioni stesse.pc-tablet-630x287Avranno almeno un riscontro economico, no?
Ebbene, non si sa nulla a riguardo. Il Ministero dà ad ogni istituto mille euro, ma non sono destinati direttamente allʼanimatore, bensì sono intesi come finanziamento alla scuola.
E gli stessi istituti devono cominciare ad attrezzarsi comprando nuovi computer e tablet, sistemando la connessione internet, ecc. Stando alla relazione della Corte dei Conti del novembre scorso, solo il 7% delle aule italiane ha almeno un pc, mentre per i tablet siamo al 2%.

Il registro elettronico, invece, è utilizzato dal 69% dei docenti, ma con forti differenze geografiche tra nord e sud: nelle Marche e nellʼEmilia-Romagna siamo al 78%, mentre Calabria e Sardegna si fermano sotto il 45%.
Basteranno i 600 milioni stanziati dal governo? Quante ore ci vorranno per formare gli animatori prima e gli altri docenti poi? Ci sono aule e spazi adeguati?
 
Appare dunque evidente che lʼalfabetizzazione digitale degli studenti è solo lʼultima tappa di un lungo percorso, per certi versi ancora molto in salita.

Di La Voce che Stecca

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