Ricalcando l’immaginario dell’egemone americano, l’Occidente si muove su un’equazione: Occidente = Bene. L’interiorizzazione è tale da accettarla come dato di natura. Dall’illusorio assioma, che come tale non necessita di dimostrazioni, si ricava l’incarnazione del male rappresentato da qualsivoglia antagonista. Partendo da questa cornice, proveremo a leggere l’attualità con l’immaginario americano.

Leggere l’attualità con l’immaginario americano: uno sguardo puritano

L’immaginario americano è stato trattato svariate volte sul blog: in ambito generale, riferendosi alle sue basi; a proposito dello strumento dei social network; e, non molti mesi fa, sul tema della guerra, in occasione della ritirata americana dall’Afghanistan. Il tema della guerra, con lo scontro tra Russia e Ucraina, è più caldo che mai e ragionare in ambito occidentale con l’immaginario americano ha una sua logica.

Il rifiuto puritano della mediazione

Il 16 settembre 1620, dal porto inglese di Plymouth, salpò la Mayflower, passata alla storia per aver condotto negli attuali USA i Padri Pellegrini puritani. La cultura puritana, plasmatrice dell’immaginario americano, estremizza il Protestantesimo sradicando il concetto di mediazione, oggi essenziale per arrivare al cessate il fuoco. Tra il bene e il male la divisione è insormontabile: con il male non si viene a patti; da una parte il bene, dall’altra il male.

Lo spazio come soluzione del conflitto

Nell’ottica puritana, il conflitto non si porta a soluzione attraverso la ricerca del compromesso tra le parti, ma utilizzando lo spazio. Spazio assente in Europa, da sempre obbligata alla continua ricerca della mediazione per l’impossibilità di allontanare i due fuochi.

Approfondiamo: se, come da basi protestanti, ognuno legge e interpreta da sé i testi sacri, allora sorgeranno tante Chiese quante interpretazioni si svilupperanno. Su questa logica, al sorgere di un conflitto interpretativo, la scissione della comunità, con annesso spostamento, risolveva la problematica, facendo sorgere nuove Chiese. Su questo elemento si fonda la nascita del secondo archetipo dell’immaginario americano: la frontiera, alla conquista del West.

Gli USA come «Nuova Gerusalemme»

La divaricazione culturale nel rapporto con il male è estrema. Se per il Cattolicesimo, il male, avendo già contaminato la Terra, può esclusivamente essere combattuto con l’obiettivo di conviverci limitandolo, per i puritani non è così. Ogni aspetto ha il suo spazio, compreso Satana che, essendo rimasto esterno alla Terra, in quanto relegato all’Inferno, non è ancora stato capace di contaminarla.

L’Eden è un concetto fermamente realizzabile: dev’essere conquistato dai rappresentanti del bene per potersi materializzare sulla Terra. Ecco le radici puritane del famoso sogno americano: l’Eden che si materializza sulla Terra, negli USA, ovviamente; la «Nuova Gerusalemme», la città illuminata sopra la collina, viatico americano verso la «Terra Promessa».

Gli USA come popolo eletto

Quanto già scritto sulla visione puritana che avvolge la cultura statunitense porta a una constatazione a completamento. L’individuo è subordinato al suo incontrollabile destino, il che vanifica la salvezza cattolica mediante opere: da una parte gli eletti, dall’altra i dannati. Il passo successivo è traslare questo concetto a livello dei massimi sistemi: la predestinazione dei popoli.

Ebbene, come si è scritto con la «Nuova Gerusalemme», il popolo americano, già dai tempi della rivoluzione americana, si immagina come l’eletto incaricato da Dio di sconfiggere il male, in quanto promotore dei principi democratici. In questo, si tira dietro la sua estensione geopolitica: l’Occidente, che si vuole portatore di civiltà, giustizia e democrazia. Lanciati verso il concetto di globalizzazione, si vuol prima considerare un paradosso a stelle e strisce.

Gli USA e il paradosso del mare

Oltre a mediare il conflitto, lo spazio, nella sua accezione esterna al luogo sicuro, la casa, è percepito come presagio dell’incontro con il male. Il sacrificio di gettarsi nello spazio vuoto dev’essere motivato da cause di forza maggiore.

Mayflower in Plymouth, William Halsall, 1882 (Fonte)

Una di queste è la realizzazione della già trattata utopia della «Nuova Gerusalemme». Così si giustifica la lunga navigazione dell’Oceano Atlantico dei Padri Pellegrini puritani, culminato nel novembre 1620 con l’approdo a Capo Cod. Aspetto culturale, collegato al sentirsi «popolo eletto» nella nuova «Terra Promessa» (non è un caso che sia il titolo dell’autobiografia di Barack Obama), non marginale in riferimento all’inclinazione a imporre una propria globalizzazione.

La globalizzazione americana

Continuando l’analisi per leggere l’attualità con l’immaginario americano, arriviamo alla «Pax americana», la loro globalizzazione.

«La globalizzazione che viviamo non è nient’altro che il controllo dei mari e degli oceani da parte degli Stati Uniti d’America. […] Il 90% delle merci che si muovono sulla Terra viaggiano via mare, ed è evidente che chi controlla i mari su cui viaggiano il 90% delle merci può creare un unico mercato globale. Gli americani l’hanno fatto alla fine della Guerra Fredda».

Dario Fabbri, 2019
Aree operative delle flotte statunitensi (Fonte)

Questa è l’essenza della globalizzazione depurata dalle scorie ideologiche del globalismo. Chi, con la propria marina, controlla le rotte e, in particolare, gli stretti dov’è impossibile non transitare per portare a destinazione le merci, può impedire ai soggetti indesiderati il passaggio, controllando quell’immensa e decisiva infrastruttura naturale che è il mare. Questo potere smisurato si riflette in geopolitica non solo nei rapporti tra gli USA e gli antagonisti, ma anche rispetto ai cosiddetti Stati «alleati» o, per essere realisti, «inglobati nella sua sfera d’influenza».

«[…] C’è un Paese superiore al nostro (abbiamo 13mila militari americani sul nostro suolo) che decide la parte strategica per noi. Un esempio che può sembrarci molto lontano […]: l’Italia non ha potuto decidere se fosse nel suo interesse l’unificazione o meno della Germania. […] Gli Stati Uniti ci imposero che questo avvenisse, non si poteva discutere […]».

Dario Fabbri, 2019

La catalogazione come ossessione

Lo spazio, nell’archetipo puritano, è sinonimo di rischio, mentre, per l’archetipo della frontiera, lo è di opportunità. Una delle ricadute negative dello spazio è la paranoia, specie con la fine della frontiera all’arrivo in California, nella sponda pacifica degli USA. La sua fine determinò il ritorno all’archetipo puritano: se lo spazio, non essendo più espandibile, è circoscritto, occorre tenerlo sotto controllo a trecentosessanta gradi.

Ecco la catalogazione: la classificazione ossessiva di ogni aspetto dello spazio e della società che ci circonda, con l’impossibilità della scala di grigi, dunque del compromesso. L’unica scala, come osservabile dalle posizioni occidentali sul conflitto russo-ucraino, è la binaria: bene vs male; democrazie vs dittature, buoni vs cattivi; eletti vs non eletti, ecc. Traslando la logica binaria puritana nell’attualità geopolitica, è utile il pensiero del professor Canfora:

«È un conflitto tra potenze. È inutile cercare di inchiodare sull’ideologia i buoni e i cattivi, le democrazie e i regimi autocratici. Ciò che sfugge è che il vero conflitto è tra la Russia e la Nato. Per interposta Ucraina. Che si è resa pedina di un gioco più grande».

Luciano Canfora, intervista a «Il Riformista», 2022.

Alleati ingabbiati

L’attualità mette davanti gli Stati risucchiati nella sfera d’influenza statunitense ai vincoli derivanti dall’impossibilità di gestire la propria parte strategica. Proprio in quest’ottica, un passo di Luciano Canfora diventa a ogni provocazione più preoccupante:

«Sul nostro paese si sta giocando una partita di rilevanza internazionale. Il quadro di riferimento, al di là delle prediche istituzionali e delle colate di retorica, è che l’UE può, a certe condizioni, continuare ad essere il giardino (culturale, tecnologico e finanziario) dell’«impero». Colossi decisivi quali il FMI (con epicentro in USA) e la comunque subalterna BCE sono i soggetti contraenti di questa intesa.

Un’intesa del genere, ancorché sperequata, non comporta, per ora, rischi diretti, per il giardino europeo, sul piano militare: sempre che la politica imperiale non scelga di approdare ad un conflitto anche armato con Cina e Russia. Con la presidenza Biden questo rischio sta diventando maggiore che sotto il suo predecessore. Ma ovviamente non è il presidente che decide, bensì chi sta al di sopra del personale di governo. La NATO potrebbe provvedere a coinvolgerci, se e quando altri (non certo l’acefala UE) lo riterranno utile».

Luciano Canfora, «La democrazia dei signori», Editori Laterza, Bari, 2022, p. 44.

Infatti, per semplice logica, gli Stati europei dovrebbero essere i più interessati a incoraggiare un compromesso sul conflitto russo-ucraino alle proprie porte. Tuttavia, per le ragioni portate all’attenzione per leggere l’attualità con l’immaginario americano, sia per l’assenza di una piena sovranità, che per la predisposizione americana al ripudio della mediazione con «il male, i cattivi, gli autocratici, e altre catalogazioni binarie a piacimento», le azioni europee, con in prima linea un’Italia in versione Tafazzi, seguono il copione del lontano «popolo eletto» fomentatore.

L’Apocalisse nell’immaginario americano

Un fomento, tra minacce incrociate di Terza Guerra Mondiale, che, nell’immaginario americano, richiama l’Apocalisse, rifunzionalizzato da Hollywood nelle sembianze dell’attacco nucleare, chiaramente subito, sia mai che siano loro i cattivi! O, se si vuole, la resa dei conti finale del genere Western figlio della frontiera perduta, più volte rifunzionalizzato, anche in versione «Guerra Fredda», come in Rocky IV.

Effettivamente, in qualche modo bisogna pur mettere fine all’ossessione: ma dov’è questa «Nuova Gerusalemme»? Nel destino c’è l’elezione o la dannazione? Sono loro il «popolo eletto» a sconfiggere il male o sono solo dei dannati?

Stessimo parlando di cinema hollywoodiano verrebbe voglia di liberarli dall’ossessione facendoli arrivare alla fine della loro trama, scoprendoci tutti dannati. Ma questo, purtroppo, non è cinema hollywoodiano. E, come se non bastasse, noi non saremmo spettatori neutrali, ma sacrificabili pedine «alleate».

Di Simone Usai

Simone, ventottenne sardo, ha vagato in giovanissima età per il Piemonte, per poi far ritorno nell'isola che lo richiamava. Ama scrivere su tematiche politiche ed economiche. Legge per limitare la sua ignoranza.

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