Superare i polimeri non biodegradabili

Specialmente negli ultimi anni, lo sguardo dell’umanità ha posto sotto osservazione le condizioni del pianeta Terra, che a livello ambientale sta vivendo una crisi da cui deve essere trascinato fuori il prima possibile affinché non diventi irreversibile.
Uno dei principali agenti inquinanti è la plastica, riguardo la quale vi sono molti progetti in varie fasi di sviluppo e di applicazione che puntano a superare i polimeri non biodegradabili e a porre un freno al loro ammassarsi nei nostri mari.

The Great Pacific Garbage Patch, isola di rifiuti plastici nel Pacifico. Fonte

In ambito legislativo

Per dimostrarlo è sufficiente constatare come al giorno d’oggi l’acquisto delle bottigliette d’acqua venga molto ridimensionato in favore delle borracce di metallo. Questo impegno prende a oggi anche una dimensione nazionale e l’attuale governo sembra essersi preso a carico questo tema.
A riprova di questo il Consiglio dei ministri ha approvato in via definitiva il decreto legislativo sulle plastiche monouso in recepimento della direttiva 2019/904.
Tale decreto si applica ai prodotti di plastica monouso e alla plastica contenuta negli attrezzi da pesca e prevale sulle norme del Codice ambientale qualora vi sia un’incompatibilità.

Da oggi, grazie al nuovo decreto, la nuova definizione di plastica è la seguente: «materiale costituito da un polimero cui possono essere stati aggiunti additivi o altre sostanze, e che può funzionare come componente strutturale principale dei prodotti finiti».
Ovviamente, sono esclusi dal decreto quelle plastiche monouso generate da polimeri naturali non modificati chimicamente, oppure quelle plastiche che vengono a oggi immesse nel mercato con l’intento di essere poi riutilizzate.

Una nuova plastica biodegradabile

L’ultima frontiera può essere data da una nuova plastica in grado di annullare entrambe le criticità della sua controparte tradizionale, essendo sia biodegradabile, sia facilmente producibile. Essa è composta da DNA e olio vegetale e potrebbe arrivare a sostituire persino imballaggi e dispositivi elettronici, due dei campi dove l’uso della plastica tradizionale incide maggiormente.
Utilizzando questa nuovo mix di tecniche produttive e materiali di partenza, si ottiene una materia plastica infatti facile sia da «decomporre» sia da produrre, per via della modica quantità di energia che richiede. Non avendo necessità di alte temperature per essere processata, infatti, essa produce il 97% in meno di emissioni di carbonio rispetto a quella tradizionale.

Al contrario, le attuali plastiche alternative, generate da amido di mais e alghe, di energia durante la fase produttiva ne richiedono parecchia, risultando perciò particolarmente costose e al contempo difficili da riciclare proprio a causa del grande dispendio di energia che comporta lavorarle.

Il nuovo polimero è stato sviluppato dal ricercatore Dayong Yang dell’Università di Tianjin in Cina, che è riuscito a creare una plastica basata dal collegamento tra corti segmenti di DNA proveniente da sperma di salmone e un’altra sostanza derivata dall’olio vegetale.

Il Professore Dayong Yang. Fonte

Aspetto e primi impieghi

Questo materiale ha una consistenza simile a quella del gel, può essere modellato grazie a degli stampi appositi e può essere solidificato tramite un processo di liofilizzazione. Un altro fatto positivo è dato dalla versatilità di questa plastica, che se immersa in acqua può essere riconvertita in gel e dunque rimodellata, garantendo un alto grado di riciclabilità, necessario per superare i polimeri non biodegradabili.

I ricercatori sono ancora alle prime applicazioni: per ora hanno creato una tazza, un prisma triangolare, pezzi di puzzle e il modello di una molecola di DNA, ma i primi successi lasciano intendere che potrebbero aver creato finalmente la plastica del futuro.

Luisa Bizzotto

Laureata all'Università di Padova Ingegneria Chimica e dei Materiali, frequento il corso internazionale Susteinable Technologies and Biotechnologies for Energy and Materials presso l'Almamater Studiorum Università di Bologna. Scrivo per La Voce che Stecca dal 16 luglio 2015 e su queste pagine mi occupo di cultura, musica e sport, ma soprattutto di scienza, la mia passione.

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