L’arte contemporanea è in fermento, dalla Biennale alle mostre singole sparse per le città un unico tema sembra imporsi con urgenza e in Useless Body?, la mostra degli artisti Elmgreen & Dragset, presso la Fondazione Prada di Milano, si apre un gran dibattito.

L’art for ideas’ sake

L’arte contemporanea, risulta il più delle volte incompresa perché ha questa abitudine di non essere quasi mai immediata, è piuttosto un percorso lento, fatto di tappe semi rivelanti che ti accompagnano lungo la fruizione del percorso espositivo, fino a un insight risolutore.

Di opera in opera, si raccolgono percezioni sparse qua e là, come tante tesserine di un mosaico da sole non hanno molto senso, bisogna metterle assieme per capire il disegno finale.

L’idea stessa, diceva Sol Lewitt, anche se non resa visiva e tanto opera d’arte quanto qualsiasi prodotto finito.

Così, Elmgreen&Dragset, hanno lasciato in questa serie d’installazioni site specific, le loro tesserine, che spetterà a noi raccogliere e incastrare per dare forma all’idea.

La percezione del corpo nell’era post industriale per Useless body?

In questa realtà post-industriale, in un Occidente dove quasi tutto è andato digitalizzandosi in un immaginario bidimensionale, con un mercato del lavoro che fa sempre meno uso della nostra presenza fisica, Useless Body? si pone come indagine, tra il mutamento e l’adattamento, del corpo nell’oggi.

Ma in che modo le proposte sempre più innovative della tecnologia e dell’industria del benessere stanno mettendo in discussione la condizione del nostro corpo?

Vivere l’oggi ci porta verso interrogativi diversi. Allo scoppio della pandemia, il mondo che conoscevamo si è fermato, nello shock di una così improvvisa anomalia, la soluzione si è presentata in una forma alternativa di vita.

Podium

Al piano terra, del Podium una serie di statue classiche e neoclassiche si presentano insieme a quelle contemporanee. Ci si muove attraverso un gioco di similitudini e differenze, tra possenti e nude statue di marmo che si scontrano epiche contro lineamenti più moderni e reali, catturati in scene di vita più domestica.

In un mondo in continuo divenire, le opere cercano un dialogo con i fruitori, quale è la definizione del ruolo storico dell’uomo attraverso la storia? Una storia che finisce riscritta sempre in base a parametri etici di epoche diverse.

Al secondo piano del Podium, l’installazione Garden of Eden.

Uno spiazzante ufficio schiera a tappeto per tutta la sala, una serie minimalista di postazioni di lavoro modulari. In questo spazio ottimizzato per garantire la massima produttività percepiamo il vuoto creato dalla privazione della presenza umana.

Scorrendo tra i moduli, possiamo avvertirla solo per tracce sparse. Momenti privati come una foto, una cartolina, oppure una pila disordinata di documenti, un pacchetto di caramelle, le macchie di caffè di un bicchiere d’asporto, come un fermo immagine in stato di abbandono.

Laddove esistevano delle comunità legate ai luoghi di lavoro, prima del passaggio agli uffici domestici, ora rimane la testimonianza materiale di un ricordo.

La galleria nord

La galleria Nord catapulta il visitatore all’interno di una casa futuristica, che a causa dell’assenza claustrofobica delle finestre ricorda uno pseudo bunker dagli arredi di lusso. Essi sembrano in realtà studiati più per ostentazione del design stesso che per fornire un reale confort abitativo. L’esacerbazione dell’artificio viene usata anche come monito di alienazione.

L’idea è che nel connubio tra tendenze e vita privata, dove spesso il privato diventa pubblico con la condivisione online, l’esibizione virtuale finisce per influenzare le scelte personali, anche nel gusto.

Il corpo viene messo in relazione con questi oggetti e noi siamo chiamati ad indagare circolando nello spazio, immaginiamo storie sulla base di ciò che osserviamo progressivamente.

Un cane robotico nel salotto rappresenta l’unica forma vivente, un richiamo abbastanza diretto da parte di E&D, per indicare dove siamo ora e dove ci stiamo dirigendo. Quest’ultimo sembra vegliare un corpo coperto che giace sul lettino di un obitorio, il Memento Mori, denominatore democratico che unisce tutti gli esseri umani.

La cisterna

Ma è negli spazi della Cisterna, nelle ultime tre sale, che prende corpo la narrazione, dalla simbologia del vuoto di una spa desolata.

Il rapporto con il nostro corpo, la percezione di sé e l’identità fluttuano, tra il condizionamento pressante all’omologazione del fisico da parte di media e industria del wellness, e l’innovazione tecnologica che sembra quasi privare il corpo di ogni utilità.

Tra le file degli armadietti di uno spogliatoio, appaiono piccoli dettagli sparsi da scoprire, che invocano il visitatore di mettere insieme i pezzi.

Attraverso il dilemma politico-esistenziale dell’opera iperrealista What’s left?, il fermo immagine di una situazione precaria di un funambolo che ha perso l’equilibrio e rimane aggrappato con una sola mano alla corda, sospeso tra la caduta o la resistenza, giungiamo infine all’ultima sala. Il pezzo d’incastro, la piscina, si presenta vuota e in rovina, l’ambiente è statico e sembra relegare movimento e gioia a una flebile eco di un mondo che era e non è più.

Non esistono moralismi nell’arte, solo ricerca come nutrimento delle idee. L’arte è stimolo, è pensiero fluido che si mette in discussione.

Useless Body? ci mette di fronte alle idee, alle paure del nostro personale contemporaneo, invitandoci a reagire attivamente. Il corpo come vero attore della nostra esistenza.

La Voce che Stecca