Il video: se al mondo ci fossero 100 persone

Abram Lincoln una volta ha detto: «Tutti gli uomini nascono uguali, però è l’ultima volta in cui lo sono». Gli avvenimenti che accadono subito dopo la nostra nascita già determinano molte cose della nostra vita, come per esempio la famiglia di cui facciamo parte e, in una visione più ampia, il tipo di società in cui siamo venuti al mondo.
Ogni cosa, soprattutto da piccoli, ci influenza, ci plasma e non essendo possibile che due esseri umani siano sottoposti alle stesse identiche influenze esterne, che abbiano le stesse esperienze e che crescano quindi nello stesso modo, ognuno di noi è e crescerà in modo diverso dagli altri.

Le popolazioni e le culture che oggi vivono nel mondo sono tutte profondamente diverse tra loro, e in questo non c’è nulla di sbagliato. La questione diventa un po’ più complicata quando le differenze si trasformano in disuguaglianze che, intese come una differenza delle risorse e dei privilegi, qualificano la società stessa, mettendo in luce dei dati che portano a pensare che ci siano delle società «migliori» di altre, dove per «migliori» non si intende di merito, ma piuttosto di una migliore gestione delle risorse grazie a dei meccanismi di selezione sociale. Ma allora come è possibile che avendo ipoteticamente all’inizio 100-Village-2tutti le stesse risorse e, in potenza, tutti le stesse possibilità, i risultati siano oggi così diversi tra le società?
Le spiegazioni e le teorie nate in risposta a questa domanda sono il lavoro di moltissimi sociologi ed economisti, mettere in luce questi dati è stato invece il lavoro della rivista GOOD Magazine. Tramite la sua pagina Facebook, la rivista ha pubblicato il 21 Marzo scorso un video intitolato If the World were 100 people che in pochissimo tempo ha raggiunto più di 57 milioni di visualizzazioni. Il video è stato scritto e prodotto da Gabriel Reilich ed è una visione ipotetica del mondo se fosse abitato soltanto da 100 persone: due minuti e mezzo in cui si mostrano quante persone sarebbero in possesso di un certo bene, di una certa risorsa o di un certo capitale.
Il video comincia mostrando la divisione della popolazione per genere, per nazionalità, per religione: donne e uomini si trovano in un equilibrio perfetto, per quanto riguarda la nazionalità gli asiatici conquistano ben 60 posti, contro i 14 americani, gli 11 europei e i 15 africani, mentre per quanto riguarda le religioni 33 sarebbero cristiani, 21 islamici, 14 induisti, 6 buddhisti, 10 di altre religioni e 16 non credenti. Fin qua nulla di impressionante, paiono semplici risultati di una ricerca.
Le considerazioni interessanti arrivano quando i dati e le statistiche si addentrano un po’ più nello specifico, toccando dei tasti sensibili e prendendo in considerazione dei tipi di risorse e di beni che la maggior parte di noi riterrà scontata, ma che in un’ottica internazionale sono decisamente relativi. Prendiamo in considerazione, per esempio, il denaro. Nell’ipotetico villaggio mondiale di 100 persone, 15 vivrebbero con 2$ al giorno, 56 (la fetta più importante) spenderebbero dai 2 ai 10$ al giorno, 13 dai 10$ ai 20$, 9 persone dai 20 ai 50$, 6 dai 50 ai 90$ e una persona più di 90$ al giorno. Questo significa che una persona (sì, solo una) controllerebbe il 50% di tutto il denaro del mondo e che invece il 71% di tutta la popolazione mondiale vivrebbe con meno di 10$ al giorno. Il punto non è che ci sono persone che sono più ricche di altre, che guadagnano di più di altre o che posseggono più «cose», perché, di nuovo, non c’è nulla di sbagliato in questo. Probabilmente queste persone stanno con il loro lavoro raccogliendo i frutti di tutti gli anni passati a studiare e a impegnarsi per essere dove sono oggi. Il punto è che a non tutti è stata data la possibilità di fare questo tipo di vita, di scegliere degli studi specifici, di avere un giorno un lavoro che permetterebbe di vivere meglio. Ce lo confermano i dati che seguono nel video: 14 persone su 100 sarebbero analfabete, soltanto 7 persone su 100 andrebbero all’università. Certo, quella dell’università è una libera scelta, ma comunque non riesco a non chiedermi se, dando la possibilità a quelle 14 persone analfabete di imparare a leggere e scrivere, avessero per caso un giorno scelto di prendersi una laurea o no: a loro, questa libera scelta, non è stata data.
Siamo partiti dal denaro anche perché la sua distribuzione diseguale comporta in realtà molte altre conseguenze. Uno squilibrio così marcato delle risorse porta ad avere un mondo in cui, sebbene ben 87 persone abbiano accesso ad acqua pulita, 13 ancora non ce l’hanno; se 77 persone si possono dire fortunate per avere un qualsiasi tipo di abitazione, 23 ancora non ce l’hanno; e per quanto una fetta abbondante della popolazione abbia una normale relazione con if-the-world-were-a-village-of-100-people13l’alimentazione, ci siano ancora 15 persone sottonutrite e una che sta per morire di fame. C’è sempre chi ha troppo e chi ha troppo poco, e per quanto io non abbia fatto altro che ripetere che le differenze vanno bene, non riesco comunque a considerare giusto un mondo, o una società che non è capace di mettere tutti, almeno in potenza, allo stesso livello. Perché  se avessimo tutti le stesse possibilità, sicuramente ci sarebbero comunque le differenze, non tutti avrebbero voglia di studiare, non tutti diventerebbero miliardari, non tutti avrebbero una casa in cui vivere, perché troppi fattori intercorrono nella vita delle persone: ma almeno il futuro sarà totalmente opera, merito o colpa, della singola persona: tutto dipenderebbe da noi. Nel mondo in cui viviamo oggi, invece, non è così. Il nostro futuro non è dato solo dall’impegno che dimostriamo nel raggiungere i nostri obbiettivi, ma anche dalle possibilità che ci vengono offerte e dall’ambiente in cui viviamo. Alla luce di questi dati molti concetti che oggi giorno riteniamo fondamentali sembrano più sbiaditi e apparenti, valori che pensavamo fossero universalmente condivisi, come il bisogno di accettazione e la lotta per conquistarsi un posto nella società, scadono in fondo alla classifica lasciando il posto a quelle risorse che nel mondo ancora non sono scontate, anche se dovrebbero.
L’obiettivo che la rivista GOOD Magazine voleva raggiungere producendo questo video sicuramente non era soltanto mettere in fila una serie di dati, ma piuttosto spingerci a ragionare mettendoli insieme e confrontandoli. Una visione del mondo così semplificata ci dovrebbe davvero far pensare che in fondo non sarebbe difficile cercare di migliorarsi se ognuno di noi ci lavorasse e che le soluzioni ci sono, sono solo perseguite da troppe poche persone, chissà quale percentuale. Come in molte situazioni, manca la volontà. Per questo il ragionamento finale del video, anzi, la domanda conclusiva che ci dovrebbe spingere a riflettere ancora di più, è così efficace: if there were 100 people, would we all fight harder for equality? Se davvero ci fossero 100 persone, combatteremmo tutti di più per l’eguaglianza?

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