Il mistero del «Corvo 2»: un anonimo a tg, redazioni e procure

di Progetto Turing: Tito Borsa

Prima puntata

Giugno 1992, in mezzo tra la strage di Capaci e quella di via D’Amelio, una lettera anonima di otto pagine arriva sulle scrivanie delle più alte cariche dello Stato, dei direttori dei maggiori Tg e quotidiani e di alcuni procuratori, cioè di coloro che – secondo la stessa lettera – possono «svolgere un’azione positiva per scoprire finalmente tante tristi verità, per fare giustizia e per salvare infine questo paese dalla barbarie verso cui sprofonda ormai precipitosamente». È l’anonimo che potete leggere a questo link: http://www.lavocechestecca.com/2020/01/03/il-corvo-2-il-testo-integrale-dellanonimo-del-1992/

La lettera, successivamente chiamata «Corvo 2» (dopo il «Corvo 1» del 1989), racconta con dovizia di particolari e con uno stile quasi romanzato il clima all’interno della Democrazia Cristiana in vista delle elezioni politiche del 5 aprile 1992. I quadri della Dc «con notevole lungimiranza» già due mesi prima delle urne avevano previsto il calo di consenso nel Nord-Italia, prevedendo comunque di mantenere la maggioranza relativa in parlamento, e quindi di ottenere come minimo alcuni ministeri nel governo che sarebbe presto nato. Nel 1992 c’erano anche le elezioni per il Quirinale e il prescelto, secondo il «Corvo 2», sarebbe stato Giulio Andreotti, «quel democristiano che all’interno della Democrazia Cristiana avrebbe potuto contare sull’alleanza del “Grande centro” di Gava, e su un seguito personale distribuito su tutto il territorio italiano».

Negli ambienti Dc, Andreotti Capo dello Stato non andava bene, bisognava impedire la sua elezione. Ma il Divo – secondo il «Corvo 2» – era «troppo coriaceo per restare vittima di un qualunque tentativo di delegittimarlo con accuse infamanti, che anzi in passato avevano finito per rafforzarlo, occorreva indebolirlo togliendogli l’appoggio di alcuni suoi proconsoli», Salvo Lima e Vittorio Sbardella. I due «erano ritenuti i migliori, non tanto per intelligenza e acume politico, quanto per la loro rozza furbizia, che usavano abilmente per controllare quel certo elettorato clientelare».

L’operazione Sbardella, continua l’anonimo, «riesce pienamente» perché lui «forse non aspettava altro», ma con Lima le cose si fanno più complicate: la sua fedeltà ad Andreotti non crolla. Lima a quel punto «convoca direttamente o per mezzo di amici ritenuti fidati magistrati, imprenditori, funzionari di polizia, responsabili di istituti di credito, giornalisti, capi elettori, boss della mafia latitanti e non». Ma arriva l’imprevisto: i corleonesi, ufficialmente per questioni di sicurezza, si rifiutano di incontrarlo. «Un fatto mai accaduto in passato, che allarma Lima, ma non a sufficienza per fargli sospettare che cosa veramente stia dietro a quel rifiuto».

Il «Corvo 2» fa anche i nomi di coloro che cercano di scalzare Andreotti: De Mita, Mattarella, Mannino, Gava, Scotti e Riggio. Uomini appartenenti a correnti diverse interne alla Dc che erano d’accordo, una volta tolto di mezzo Andreotti, di appoggiare Gava alla segreteria del partito: «Forti di questi accordi, Mannino e Mattarella si lanciano alla conquista del feudo andreottiano in Sicilia e cominciano proprio laddove la forza di Lima sembra più inattaccabile: la mafia». 

Ricordiamo che quelle su Mannino sono state dimostrate essere delle calunnie. Le riportiamo per condividere con il lettore il nostro interrogativo: perché qualcuno aveva interesse a diffondere queste menzogne?

Sempre secondo la ricostruzione del «Corvo 2», mai corroborata da prove, Mannino, grazie a un commercialista vicino a politica e ad ambienti mafiosi, riesce a incontrare Totò Riina in una chiesa a San Giuseppe Jato. Due giorni dopo il Capo dei capi e il commercialista vanno a casa di Mannino e fissano un accordo: l’aiuto a Mannino doveva corrispondere a un aiuto della politica alla mafia. E infatti arriva l’omicidio di Lima, «compiuto da sicari convocati appositamente in Sicilia dal Provenzano, braccio destro più che socio di Riina». I due sicari, durante la loro breve permanenza a Palermo, vengono ospitati da amici di Mariano Troia, «uomo di spicco della mafia di San Lorenzo».

Andreotti però rompe i piani, alleandosi con Craxi e Martelli per fermare l’avanzata interna alla Dc. A questo punto entra in gioco Falcone, a cui viene fatto credere «di concedere il loro (di Mannino e Mattarella, ndr) appoggio per colpire quella mafia politica, alla quale fino a quel momento i giudici non avevano potuto rivolgere altra accusa che d’essere “contigua”».

Il cognato del commercialista, sempre secondo il «Corvo 2», sarebbe stato capo di gabinetto dell’Alto commissario per la lotta contro la mafia Angelo Finocchiaro, il quale nel 1992 diventa direttore del Sisde, dopo che la sua precedente carica era stata abolita e la lotta alla mafia era diventata ufficialmente di competenza dei servizi segreti. Di Finocchiaro ci occuperemo in modo molto approfondito nel prossimo capitolo. Grazie a questo cognato, il commercialista sarebbe venuto a sapere che Falcone si sarebbe presto occupato «della sua attività, con particolare riferimento a una costituenda società internazionale per la gestione di capitali per milioni di dollari».

Le cose cambiano, bisogna eliminare Falcone. Dietro la strage di Capaci ci sarebbero i servizi, a cui il commercialista si sarebbe rivolto dopo che Riina si era rifiutato di uccidere il giudice, ritenendo l’omicidio «quasi impossibile» e «controproducente per la sua causa». Una ricostruzione che non ha mai avuto il minimo riscontro. 

A questo punto il «Corvo 2» inizia a elencare 29 «fatti su cui indagare», ma prima si lascia andare a una conclusione molto forte: «A tutti i destinatari, fra i quali figurano gli stessi accusati, diciamo: iniuriam ipse facias ubi non vindices. E ormai non potete fingere di non sapere».

La Voce che Stecca

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