«Bastardi islamici»: Belpietro a processo. È illiberale

aurizio Belpietro a processo per istigazione all’odio razziale. Dopo quasi un anno e mezzo e un cambio di poltrona alla direzione di Libero (ora c’è Vittorio Feltri), il giornalista, oggi direttore de La Verità, è chiamato in aula a difendersi per quel titolo, «Bastardi islamici», pubblicato subito dopo gli attentati di Parigi del 13 novembre 2015.
Belpietro rischia una condanna perché direttore responsabile del quotidiano, anche se il titolo non è stato necessariamente opera sua. E questo è abbastanza ovvio: chi sta a capo di un giornale risponde, esclusivamente o con qualcun altro, di ogni cosa che viene pubblicata.
Quello che è del tutto illiberale è che ci sia un processo: Belpietro ha spiegato che quel «bastardi» va interpretato nel suo senso originario di «figli illegittimi» dell’Islam. Ma è una questione di lana caprina per gli imbecilli che hanno visto in quell’apertura una legittimazione del loro razzismo. Certo, un giornalista deve saper prevedere che le proprie parole possano essere strumentalizzate, ma non serve certo un processo per determinare la leggerezza di Belpietro. Per il resto, erano già bastate le diecimila polemiche che avevano seguito quel «Bastardi islamici» per chiarire come la discussione fosse aperta e il tema caldo. 
Il punto è un altro: dove sarebbe la famigerata «istigazione all’odio razziale»? Come forse capirà anche il giudice, l’apertura di Libero è stata senz’altro infelice e probabilmente anche inopportuna, pronte come sono le strumentalizzazioni sia verso il razzismo sia verso il politicamente corretto, ma c’è una bella differenza dall’istigazione all’odio razziale: già «Islamici bastardi» avrebbe avuto un senso molto diverso, ma condannabile anche sul piano giuridico sarebbe stato un, per esempio, «Islam al rogo» oppure un «Un islamico un assassino». 
Vedremo come andrà a finire questo processo, tenendo però ben presente che è già difficilmente comprensibile il rinvio a giudizio: se come in questo caso non c’è invito alla violenza, decideranno i lettori se apprezzare o meno quel titolo. La giustizia forse dovrebbe starne fuori. 

Tito Borsa

Giornalista praticante. Mi occupo principalmente di inchiesta giudiziaria. Autore di Un silenzio italiano (Cleup, 2017). Ho fondato La Voce che Stecca e l'ho diretta fino al 30 settembre 2017.

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