Trattativa: sparito il gruppo per la scarcerazione di Dell’Utri

Ora che Marcello Dell’Utri è stato condannato in primo grado a 12 anni nel processo sulla Trattativa Stato-mafia, dove sono finiti i soliti noti, soloni del diritto e dei diritti, che ne volevano la scarcerazione? Il cofondatore di Forza Italia – lo ricordiamo per gli smemorati – sta scontando una pena a 7 anni di carcere per concorso esterno in associazione mafiosa e, a causa di presunti problemi di salute, gran parte del mondo politico e dell’informazione si era speso per chiederne la scarcerazione. Chi scrive si aspettava di trovare qualche genio della giurisprudenza pronto a dichiarare che la Corte d’Assise di Palermo è insensibile o ha «un bidone di immondizia al posto del cuore» perché si è permessa di condannare – seppur in primo grado – un malato a 12 anni di carcere. Invece silenzio. I soliti noti preferiscono pontificare sulla (assurda) illegittimità di quel processo, sul fatto che sul banco degli imputati mancano i «mandanti» da parte dello Stato e che quindi tutto il procedimento risulterebbe nullo o sfalsato.

E il povero Marcello Dell’Utri? Certo, è una condanna in primo grado, ma sarebbe stato comunque un bel pretesto per riprendere la solfa della scarcerazione o della sospensione della sentenza. Dov’è il Tempo, che nell’estate 2017 aveva pubblicato una petizione in cui non chiedeva i domiciliari, ma addirittura la «sospensione della pena» perché «vogliono lasciar morire Dell’Utri in cella». Il condannato «sta male da molto tempo». Il quotidiano romano riprendeva delle dichiarazioni toccanti di Dell’Utri: «La vita in carcere è terribile, cerco di superare questa sofferenza studiando, leggendo, scrivendo. È l’unico modo che ho. Qui la sofferenza è continua, la vita è degradante. Sono certo che la Corte europea (dei Diritti dell’Uomo, ndr) accoglierà il mio ricorso, ma sono altrettanto sicuro che la sentenza arriverà a babbo morto, quando sarò già fuori». La petizione raccoglieva le sottoscrizioni – tra gli altri – di Ignazio Abrignani (deputato Ala), Magdi Cristiano Allam, Michele Anzaldi (Pd), Francesco Aracri (FdL), Andrea Augello (FdL), Mario Baccini (ex ministro per la Funzione Pubblica), Deborah Bergamini (Forza Italia), Paolo Berlusconi, Annamaria Bernini (Forza Italia), Guido Bertolaso (ex capo Protezione Civile), Michaela Biancofiore (Forza Italia), Francesco Boccia (Pd), Renato Brunetta (Forza Italia), Daniele Capezzone (ex radicale, PdL e tante altre cose, al tempo a Direzione Italia), Mara Carfagna (Forza Italia), Fabrizio Cicchitto (Ap), Edmondo Cirielli (FdI), Bobo e Stefania Craxi, Giancarlo Cremonesi (ex presidente Acea), Nunzia De Girolamo (ex Pdl, ex Ncd, ora Forza Italia), Arturo Diaconale (giornalista, nel cda della Rai), Lara Comi (Forza Italia), Giuseppe Esposito (vicepresidente del Copasir, Comitato Parlamentare per la Sicurezza della Repubblica), Alessio Falconio (direttore di Radio Radicale), Renato Farina alias agente Betulla, Emilio Fede, Giuliano Ferrara, Roberto Formigoni, Marcello Fiori (coordinatore club Forza Silvio), Giancarlo Galan, Maurizio Gasparri, Mariastella Gelmini, Carlo Giovanardi, Lucio Malan (Forza Italia), Riccardo Magi (segretario dei Radicali Italiani), Antonio Martino (Forza Italia), Mauro Mazza (ex direttore Rai Uno), Alessandro Meluzzi (psicoterapeuta), Stefano Parisi, Stefania Prestigiacomo, Antonio Razzi, Daniela Santanchè, Renato Schifani, Francesco Storace, Iva Zanicchi, Vladimir Luxuria, Chiara e Marina Dell’Utri, Marco Cappato, Fedele Confalonieri, Fabrizio Rondolino, il faccendiere Luigi Bisignani, il giornalista Giampiero Mughini, Melania Rizzoli, Patrizia e Giada De Blanck, il giornalista Gianluigi Nuzzi, Denis Verdini.
Dove sono finiti questi garantisti bipartisan? Mistero.

Per carità, ognuno è liberissimo di fare ciò che gli pare, e quindi anche di scegliere se, quando e fino a quanto appoggiare una causa che ritiene giusta. Però, volendo essere fiscali, la petizione (goccia nel mare dell’appoggio alla scarcerazione di Dell’Utri) evidenziava l’urgenza del provvedimento e la precarietà delle condizioni del detenuto. Nonostante questo, da allora un silenzio che non è neppure stato rotto dalla condanna in primo grado per la Trattativa. Dov’è finito Francesco Giro (Forza Italia) che aveva definito Dell’Utri un «prigioniero politico»?
L’unico a battersi, incurante di tutto e di tutti, per la causa è il direttore del Dubbio (quotidiano il cui titolo si riferisce ai dubbi sulla sua effettiva esistenza) Piero Sansonetti: «Dell’Utri, perché non lo fuciliamo?» (6 dicembre 2017), «Esiste una istituzione che è in grado di intervenire in tempi molto rapidi (ogni giorno che passa le malattie di Dell’Utri rischiano di diventare irreversibili)? Se non esiste questa istituzione torno a rivolgermi sommessamente al capo dello Stato, che è l’unico, forse, che è in grado di intervenire. Concedendo la grazia» (20 marzo 2018).
E tutti gli altri? Scomparsi nel nulla, perfino Giorgio Mulè, oggi parlamentare di Forza Italia, che nel 2013 aveva definito il processo sulla Trattativa la «Norimberga de noantri». Una domanda sorge spontanea: Dell’Utri sta meglio oppure siete passati a battervi per altre cause?

Tito Borsa

Giornalista praticante. Mi occupo principalmente di inchiesta giudiziaria. Autore di "L'Affaire Somalia. Romanzo di una strage" (2020) e di "Un silenzio italiano" (Cleup, 2017). Ho fondato La Voce che Stecca e l'ho diretta fino al 30 settembre 2017.

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