C’era una volta un noto economista di nome John Maynard Keynes (1883-1946). Non è l’inizio di una favola ma il riferimento a una scuola di pensiero economico che forse, in questo momento storico, ci farebbe molto comodo. Dal 2008 la nostra economia si è per lo più contratta oppure è rimasta stagnante e ci sono diversi fattori che hanno portato alla condizione attuale, ossia di trovarci con una disoccupazione al 11,9% (più del 40% giovanile), un deficit al 2,6% del Pil, una montagna di debito pubblico semplicemente al 134% del Pil, un sistema bancario traballante e una povertà che attanaglia sempre di più le nostre famiglie.
Si può dare la colpa alla corruzione, a una macchina pubblica lenta ed obsoleta, a una giustizia tra le più lente e inefficienti del mondo ed io sarei il primo a puntare il dito, poiché tutti questi fattori scoraggiano gli investimenti in Italia. John Maynard Keynes semplificava la creazione di ricchezza tramite modelli ed equazioni che sintetizzavano il Pil come risultato della somma tra consumi, investimenti e spesa pubblica. Ecco, la spesa pubblica.
Dopo la seconda guerra mondiale, così come dopo la crisi del 1929, gli Stati Uniti hanno pompato proprio la spesa pubblica per agire sulla domanda e far ripartire l’economia: la conseguenza fu che l’Europa ripartì grazie al Piano Marshall e, non a caso, ci ricordiamo ancora degli anni ’60 come gli anni del boom economico. La risposta tedesca, o meglio, comunitaria, al nostro Piano Marshall 2.0 del 2008 è stata l’esatto contrario, ossia l’austerity. Basta aprire un quotidiano per essere costantemente informati su indicatori come deficit/Pil o debito pubblico/Pil, ma la visione tedesca, pesantemente focalizzata sulla propria situazione, fu quella di ridurre il numeratore di queste frazioni con il sangue.
La visione Keynesiana? Aumentare il denominatore investendo in un numeratore più alto, ossia aumentare il deficit per aumentare il Pil, e così ridurre a sua volta il deficit in seguito; un semplice «investimento in PIL», in parole povere. Il problema delle politiche keynesiane è che allo stesso tempo prevedono una politica monetaria indipendente a supporto degli investimenti pubblici; ergo, una certa politica fiscale deve essere coadiuvata da una altrettanto certa politica monetaria. E qui arriviamo al colpevole principale: l’euro. Con l’euro, la politica monetaria della Bce favorisce il paese con la politica fiscale che meglio si adatta.
Inutile (ri)menzionare la Germania, che da tempo gode di una situazione in cui l’euro si è svalutato grazie al Quantitative Easing e ha fatto decollare il proprio export a scapito dei paesi più periferici (la loro inflazione è cresciuta del 1,6% nel 2016 mentre noi abbiamo chiuso in deflazione). Ma ormai è troppo tardi. La visione dietro all’Unione Europea è nobile e innovativa e i vari populismi vanno presi con le pinze, è certo però che negli ultimi vent’anni (pochi potevano prevederlo) la nobile visione si è trasformata in una trappola senza via di uscita. Non abbiamo bisogno di tetti, norme o austerity. Abbiamo bisogno di investimenti, sia esteri che interni, di spesa pubblica, di rilancio dei consumi e di rendere competitive le nostre imprese, ignorando per qualche anno gli indicatori. Solo così si può ripartire. Abbiamo bisogno, dunque, di più John Maynard Keynes.

La Voce che Stecca