Banche: Mps e Unicredit, è prevista una valanga?

Avete presente quelle fiction in cui tutto è intricato, niente è mai chiaro e i colpi di scena sono sempre dietro l’angolo? Dove ogni soluzione sembra salvifica e risolutiva e dove le decisioni importanti sembrano un punto di svolta, ma alla fine le situazioni si complicano e si intrecciano in un enorme groviglio che porta altri problemi, per giunta peggiori dei precedenti? Ecco, questo sembra lo scenario in cui imperversano le banche italiane.

montepaschisiena

Dopo il salvataggio di Mps, grazie al fondo Atlante, tutto sembrava risolto e si credeva che fosse giunta l’alba di una nuova era per le banche italiane. Purtroppo non è così e questa consapevolezza arriva come una doccia fredda.
Il mercato di certo non si fida e Piazza Affari negli ultimi tempi sembra tenuta sotto scacco dalle banche.
Monte dei Paschi di Siena è stata nuovamente sospesa per eccesso di ribasso, situazione che si verifica quando le contrattazioni vengono sospese automaticamente perché il titolo presenta oscillazioni superiori al 10% al fine di livellare le informazioni presenti e di riequilibrare il mercato. La banca per ben due volte nella giornata del 5 ottobre è colata a picco riuscendo a collezionare ben due sospensioni. Ma Mps non doveva rimettersi in sesto dopo l’accordo siglato con la Bce?
Secondo i più informati la caduta libera di Monte Paschi è dovuta ad alcune indiscrezioni secondo cui il Ceo Marco Morelli stia prendendo in considerazione l’idea di rinegoziare l’accordo siglato con Mediobanca e Jp Morgan con l’intenzione di passare a una retribuzione a obiettivi: in questo caso il compenso verrebbe percepito come incentivo solamente al raggiungimento di alcuni traguardi prefissati.
Gli addetti ai lavori vedono in questa mossa una insicurezza sulla riuscita dell’aumento di capitale di Mps e la paura dei più è che la soluzione di salvataggio della banca senese in fumo da un momento all’altro.
Ma i problemi non sono circoscritti solo a Mps.
Infatti secondo un approfondimento di Carlo Di Foggia pubblicato sul Fatto Quotidiano del 4 ottobre, Unicredit avrà bisogno di una ricapitalizzazione pari a 13 miliardi di euro per coprire le ingenti perdite composte da 51 miliardi di sofferenze e questa cifra è di gran lunga maggiore di quella che era stata prevista.
Inoltre sempre secondo il Fatto il costo totale complessivo per il rilancio della banca sarà di 18 miliardi di euro, tra i quali ci sarebbero anche le cessioni di Pioneer e di FinecoBank, che sono due asset molto redditizi per la banca.
Nonostante queste vendite secondo gli analisti la cifra totale necessaria si abbasserebbe solo fino a 10 miliardi.
Ma qual è il problema in tutto ciò? Che una banca sistemica come quella di Unicredit, che da inizio 2016 ha perso quasi il 58% del suo valore in borsa e che presenta un patrimonio Cet1 di poco superiore alla soglia necessaria per superare gli stress test della Bce, debba risolvere un problema di sofferenze così ingente sembra preoccupante. Inoltre questa ricapitalizzazione potrebbe portare a un indebolimento dell’istituto rendendo così Unicredit terreno fertile per gli speculatori.
Tuttavia secondo alcuni non vi è alcun pericolo in vista perché Unicredit ha deciso di bloccare entrambe le manovre e congelare il tutto fino al 4 dicembre, data del referendum costituzionale,  per evitare che la forte volatilità dei mercati causata dall’attesa delle votazioni crei perdite ingenti.
Forse non è detto che le banche in questione debbano avere problemi insormontabili nell’immediato, tuttavia questa situazione di negatività e incertezza non aiuta e anzi, sembra smentire i grandi auspici e le grandi speranze degli ultimi mesi. Forse la soluzione è una sola: stare sempre vigili e in allerta, seguire ogni passo che i grandi istituti compiono con occhio vigile tenendosi pronti a cogliere qualsiasi possibile disastro ricordando a noi stessi che basta un sassolino per generare una frana.