A pochi giorni dalla Giornata Internazionale della Donna si torna a parlare di femminismi. In questi ultimi tempi il dibattito sul tema si è arricchito di svariati contributi. Per offrire uno sguardo sulla pluralità dei femminismi oggi abbiamo intervistato Simona Marino, Professoressa di Filosofia presso l’Università Federico II di Napoli, femminista e consigliera delegata alle Pari Opportunità per il Comune di Napoli, Ottavia Voza, responsabile Arcigay nazionale diritti e politiche trans e Porpora Marcasciano, presidentessa onoraria del MIT (Movimento Identità Trans) di Bologna.

Simona Marino, quando è iniziato il tuo impegno politico per la difesa dei diritti delle donne?

Negli anni ’70 ero testimone ma non partecipe di un femminismo colorato, le donne scendevano in piazza con padelle e cucchiai. Venivamo dal ’68, un momento di trasformazione radicale, in cui il tema centrale era quello della liberazione sessuale. Nascevano comunità di filosofe, letterate, riviste, si diffondeva un sapere politico ed io seguivo con interesse questi eventi.

Qual è il tuo modo di essere femminista oggi e perché ce n’è ancora bisogno?

L’esperienza femminista di oggi è ricca e frastagliata. Il femminismo è qualcosa che non può tramontare, perché è un orizzonte etico e politico che ogni tanto emerge ed ora è riemerso con forza grazie alla spinta proveniente dalle donne argentine.
C’è ancora bisogno del femminismo, perché la dissimmetria di potere tra il maschile e il femminile è evidente, non solo sul piano della rappresentanza politica ma per la persistenza della subalternità della donna nella società. L’errore che oggi si commette è quello di consegnare le donne come vittime di cui gli uomini devono farsi carico ma bisognerebbe spostare l’ottica e liberarsi dal maschile e dal femminile, destrutturando gli stereotipi di genere, perché il tetto di cristallo non è stato ancora infranto. L’esperienza di Non Una Di Meno oggi è espressione di infinite varietà di femminismi.

Ottavia Voza, mi hai raccontato che da giovane il tuo impegno politico negli ambienti della sinistra che allora si definiva extraparlamentare ti ha messa a contatto con l’esperienza dei collettivi femministi. Com’è cambiato – se è cambiato – il tuo approccio alla questione, e come definisci oggi il tuo rapporto col femminismo, da donna trans?

In quegli anni, ti parlo degli anni ‘70, il femminismo evolveva, a partire dai Gender Studies che analizzavano sul piano antropologico e culturale il tema dei rapporti di potere nelle società e nella storia tra il maschile ed il femminile, dalla generica rivendicazione di parità, (vogliamo gli stessi diritti perché siamo uguali), ad una più specifica riflessione sulla determinazione di una differenza (vogliamo gli stessi diritti in quanto donne).
Questo nei fatti produsse la delimitazione di spazi di elaborazione politica dai quali gli uomini erano sempre di più rigorosamente esclusi. In particolare io ricordo che il disagio che mi proveniva da questa esclusione è stata la molla che ha fatto scattare in me fin dall’adolescenza una serie di riflessioni sul rapporto tra il maschile ed il femminile, intendo proprio dentro di me e non solo in generale, e sul rifiuto che sentivo montare verso la gabbia del binarismo.
Era tuttavia comprensibile che ciò avvenisse in quegli anni, in un momento in cui la stessa sinistra era espressione di una cultura politica fortemente ancorata alla visione patriarcale ed eteronormativa.
Oggi però qualcosa è cambiato, almeno sul piano culturale, e sono molti gli spazi in cui sono le stesse donne a rifiutare quell’essenzialismo che allora appariva uno strumento indispensabile di riconoscibilità e di lotta.
Se si somma a tutto ciò quello che oggi si definisce, spesso anche in modo ridondante, approccio intersezionale, si comprende bene come le piattaforme politiche dei movimenti femministi prevedano negli anni recenti una pluralità di soggetti e di temi. È questa la ragione per cui appare veramente fuori dal tempo la radicalizzazione del femminismo della differenza, che negli Stati Uniti proprio le attiviste Trans cominciarono a definire alla fine degli anni settanta “Trans escludente” e che, se non nelle intenzioni almeno negli esiti, continua a saldarsi sempre più spesso con le posizioni di gruppi conservatori e fondamentalisti, principalmente sulla questione più generale del diritto alla libertà di autodeterminazione di tutt*.

Porpora Marcasciano, tu che hai vissuto da attivista trans il separatismo di Arcilesbica e oggi ascolti le posizioni delle trans-exclusionary radical femminists, quanto pensi sia importante parlare di femminismi e dove pensi si collochino quei soggetti nel panorama del movimento LGBTQI?

Intanto una precisazione in merito ad Arcilesbica che, come associazione, non è mai stata separatista né mai si è detta tale. Arcilesbica all’inizio (anni 80-90) provava piuttosto a rendersi autonoma da Arcigay, visto che condividevano la sede del Cassero a Bologna, e in parte ci riuscirono. L’attuale dirigenza AL, che è la stessa da venti anni, aderiva alla Quarta Internazionale e a Sinistra Critica, da cui sono state allontanate per le loro posizioni molto destre. Questo allontanamento risale al 2012 quindi, come vedi, la loro posizione è reiterata.
Tornando ad oggi, credo che Arcilesbica si stia collocando in quel solco minoritario del vetero femminismo che in tutto il mondo sta assumendo posizioni retrograde e conservatrici su diverse questioni. Sono convinta che Arcilesbica lo fa esclusivamente per ottenere maggiore visibilità, visto che negli ultimi anni era arrivata ai minimi termini dopo aver espulso le sue associate storiche e più intelligenti. Comunque sia, il problema è che a far rumore sono sempre poche, anche se sembrano la maggioranza. Quella parte di femminismo essenzialista è minoritaria rispetto al resto e in gran parte fa riferimento al circolo di Milano. I temi che loro attaccano e propongono sono temi che si sarebbero dovuti approfondire già da tempo, solo che Arcilesbica insieme ad Arcigay per 20 anni ha bloccato il dibattito di movimento, costringendolo solo ed esclusivamente al tema delle unioni civili che sono riusciti ad ottenere dopo vent’anni . Ora tutti cascano dalle nuvole, rilevando che il movimento LGBT non si esprime più se non in termini superficiali e scorretti. Cosa si pretende, dopo aver narcotizzato un intero movimento, definendo antagonista e provocatore chiunque non si allineava con le loro rivendicazioni? Mi dispiace essere brusca, ma di questo si tratta. Ci sarebbero tutti gli elementi per discutere. Peccato, occasioni perse per tutti!

Di Lorenzo Ferrara

Classe 1994, di Napoli, laureat* alla triennale in Scienze Politiche alla Federico II, studia Relazioni Internazionali alla Magistrale. Attivista LGBTQI.

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