Jonathan Safran Foer a Mantova per «Eccomi»

Undici anni di attesa, ma ne è valsa la pena: Eccomi, l’ultimo romanzo di Jonathan Safran Foer (edito da Guanda), è l’ennesima dimostrazione del suo talento. Come i suoi romanzi precedenti, Ogni cosa è illuminata e Molto forte, incredibilmente vicino, è un’opera ambiziosa, forte, commovente e allo stesso tempo divertente. Ma lo stile è del tutto nuovo: Eccomi esplora le profondità dell’animo umano a partire dalle piccole cose, dalle sfumature, dai dettagli della quotidianità che spesso percepiamo come un ostacolo quando invece, al contrario, la impreziosiscono. Foer ci ha parlato di questo e di altri aspetti del suo libro, della letteratura e dell’arte in una delle sue tappe in Italia, a Mantova; l’autore ha infatti un rapporto particolare con il nostro paese e con la casa editrice Guanda, che ha acquistato i diritti del suo primo romanzo prima ancora del suo editore statunitense. Anche per questo, Eccomi è uscito in Italia il 25 agosto, prima che negli Stati Uniti.

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«Questo libro è più grande degli altri miei libri, ma anche in un certo senso più piccolo. Infatti c’è una grande attenzione per i dettagli della vita, a differenza degli altri miei libri. È un libro molto domestico, lento, paziente, nel mondo in cui parlo di come scorrono i giorni. Presta attenzione ad esempio a quelle conversazioni che si intrattengono mentre ci si lava i denti, a come ci si rende conto di non avere abbastanza latte per la colazione, o al tipo di conversazioni che si sostengono mentre si fa colazione; quel genere di cose che molti di noi pensano come distrazioni, impedimenti che ci ostacolano in quello che vogliamo fare: spesso pensiamo che se non dovessimo andare a fare la spesa, cucinare o pulire potremmo davvero fare quello che desideriamo nella vita».
Nello stesso modo Jacob e Julia, marito e moglie protagonisti del romanzo, sono costantemente in attesa di realizzare i propri sogni, senza in realtà sapere o ammettere a sé stessi in che cosa realmente consistano; ma allo stesso tempo cercano di tenere in piedi il loro matrimonio per il bene dei figli.
«Una delle questioni principali del libro è ciò che ci rende felici, e la risposta dipende da come definiamo la felicità. Per alcuni la felicità è esattamente ciò che non otterranno mai, che si trova sempre dall’altra parte di un muro. I personaggi del mio libro si confrontano con questa idea della felicità: nessuno dei miei personaggi è mai interamente presente. Il titolo del libro è “Eccomi”, eppure tutti i personaggi sono in qualche modo assenti. Per esempio, la moglie è un architetto e passa molto tempo a immaginare delle case in cui sogna di vivere, ma in cui sa che non vivrà mai; l’eroe intrattiene una relazione extraconiugale messaggiando con un’altra donna, e inoltre conduce segretamente un’attività scrittoria in cantina; uno dei figli passa il tempo su giochi di realtà virtuale al computer, e in questo senso non è interamente presente. Alla fine del libro, l’eroe si immagina di fronte a una porta troppo grande e pesante per essere aperta; immagina che al di là della porta si trovi la vita che avrebbe voluto avere; proprio alla fine, dopo tutta una serie di tragedie che in alcuni casi sono palesi, in altri più celate, capisce che la porta si apriva tirando e non spingendo, quindi era stato dentro tutto il tempo, ma l’ha capito troppo tardi. Si può fare un’analogia con una molla: se si sale al secondo o al terzo piano, la si distende e poi la si lascia cadere, la parte in fondo non si muove per qualche secondo; questo è perché la parte finale non ha ancora ricevuto la notizia che la molla sta cadendo; per lo stesso motivo, se il sole esplodesse ora, continueremmo a parlare, finché la notizia che il sole è esploso ci raggiungerebbe. Questo è ciò che accade ai miei personaggi, che si sfaldano sempre un attimo dopo, quando ricevono la notizia del disastro: non agiscono in tempo, sono sempre in ritardo, non si rendono conto del fatto che quella che stanno vivendo è la loro vita, quali sono le loro priorità, il loro amore per qualcosa, finché non è troppo tardi e cadono».

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I personaggi del romanzo sono quindi oppressi da un dilemma: per chi o per che cosa, in quale vita, vogliono essere realmente presenti? Di fronte a chi o a che cosa potranno dire «Eccomi»?
«Si verifica una crisi nel libro in cui un sisma conduce allo scoppio di un conflitto, e il presidente di Israele rivolge un appello a tutti gli ebrei del mondo dicendo: “Abbiamo bisogno di voi, tornate a combattere”. È un momento nel libro, come quello in cui Julia, la moglie, scopre il cellulare, che presenta un paradosso in ritardo. Noi conosciamo questi paradossi perché la nostra vita ne è piena: tutti noi sappiamo che non possiamo essere genitori al cento per cento e lavoratori al cento per cento, sappiamo che dobbiamo togliere un po’ da una parte e mettere un po’ dall’altra; la stessa cosa succede quando dobbiamo scegliere quanto essere marito o compagno, quanto essere amico: passiamo la nostra vita a cercare di trovare un equilibrio tra queste figure, e magari abbiamo una serie di valori che cambiano a seconda delle circostanze. Abbiamo dei valori in ambito religioso, oppure laico, oppure ne abbiamo altri quando siamo con gli amici. Va bene così, non è questo che causa il dolore nelle nostre vite, anzi, la maggior parte del tempo non ne siamo nemmeno consapevoli, finché non sopraggiunge una crisi. A questo punto si impone la scelta. Proprio il titolo del libro vuole sottolineare questo paradosso: “Eccomi”, ma “eccomi” come marito ed “eccomi” pronto ad andare in guerra: in questo caso la scelta è tragica, perché impone una rinuncia».
La grande attenzione ai dettagli porta con sé un interrogativo: fino a che punto la specificità di un libro preclude la sua comprensione?
«Questo è il libro più specifico che abbia mai scritto, il più specifico su un certo tipo di idiomi, su certi rituali. Uno dei miei momenti preferiti nel libro è un episodio dove non c’è nessun dramma, nessuna battuta o immagine particolare, un momento tranquillo in cui marito e moglie si preparano per andare a letto. Descrive i loro rituali: lui applica una crema idratante; lei si guarda allo specchio e si mette il dito in un occhio come per togliere una lente a contatto, ma non c’è nessuna lente a contatto; lui si mette il deodorante anche se non ha senso dato che stanno andando a dormire; lei si sistema un sopracciglio; e va avanti così per un po’, entrando molto nello specifico. Specifico i nomi delle marche dei prodotti che usano, e anche come usano questi prodotti. È qualcosa che cinque o dieci anni fa non avrei mai scritto, perché avrei pensato che così non facilitavo la lettura. Invece, quando ho scritto questo pezzo, mi sono reso conto che in realtà ci sarà sempre una proporzione del testo cui non potrà avere accesso nessuno, perché nessuno conosce la crema idratante di quella marca che applica il protagonista. Quindi, a che serve includere qualcosa che sai già dall’inizio che non potrà essere condiviso dal lettore? Se noi fossimo scienziati e stessimo parlando di fisica nucleare e tutti capissero ciò che ci stiamo dicendo, sarebbe una conversazione falsa, perché è nella natura stessa degli esperti parlare di cose che precludono al grande pubblico la comprensione completa. Così, nei libri i personaggi sono i maggiori e unici esperti delle loro vite. Conoscono le loro vite anche se non conoscono sé stessi; conoscono le loro vite meglio di chiunque altro; per poter credere a questi personaggi dobbiamo anche avere qualche elemento che è lì solo perché è vero. Se noi parlassimo di fisica nucleare probabilmente ci credereste tutti anche se non capite. Penso che quando sai che qualcosa è vero anche se non sai che cosa significa, sono i momenti più potenti della letteratura, e di ogni forma di arte: quando il lettore non è più invitato a entrare perché non capisce, è invece il momento in cui l’invito è il più autentico possibile. Ad esempio, i testi delle canzoni che preferisco sono quelli che non capisco, perché so che chi li ha scritti ha smesso di preoccuparsi di quanto avrei potuto capire io e ha espresso la sua autenticità».
Infine, non si può non chiedere a uno dei maggiori autori statunitensi contemporanei la sua opinione su Donald Trump:
«Nel mondo ci sono due tipi di problemi: uno può essere associato a una zanzara. Quand’ero piccolo mio padre mi diceva che c’è un modo infallibile per liberarsi di una zanzara: chiudi gli occhi, conta fino a dieci, e quando li riapri non c’è più. Le zanzare infatti sembra diventino più forti sulla base della nostra attenzione. Trump è così: più parliamo di quanto sia stupido, più siamo stupidi noi, perché buttiamo benzina sul fuoco facendogli pubblicità gratuita. I problemi del secondo tipo invece non assomigliano affatto alle zanzare, e forse siamo arrivati al punto in cui Trump può essere considerato anche un problema di questo genere. Questi problemi per essere risolti richiedono grande intelligenza, energia e serietà. C’è la tentazione di trattare Trump come uno scherzo, fare delle battute, ma in caso fosse una zanzara si può risolvere da solo; ma se Trump avesse davvero la possibilità di diventare presidente, non sarebbe affatto divertente. Io non vorrei vivere in un mondo in cui Trump è presidente. La realtà è che si può decidere se continuare a parlare di lui, fare battute, speculare sulle possibilità di vittoria, oppure come fanno molti altri, fare campagna per trasmettere le idee che si ritengono importanti, e farlo con serietà ed energia».