Nuovi sconvolgimenti dal Medio Oriente

Risplende ancora in Medio Oriente la rosa di 5mila soldati statunitensi, che, giunti in Iraq a partire dal 2003, anno dell’invasione guidata da Washington, vigilano interrottamente sulla lotta del governo locale alle infiltrazioni di quel che resta del terrificante Isis.
Salutati per la prima volta in visita straordinaria da George. W. Bush, nuovamente abbracciati nell’aprile del 2009 da Barack Obama, ieri le truppe statunitensi in Iraq hanno accolto il sorprendente arrivo del Presidente Donald Trump. Da Baghdad il tycoon manifesta con impegno, proprio nella stessa settimana in cui ha annunciato il ritiro delle proprie truppe dalla Siria e dall’Afghanistan, la volontà di perseguire la definitiva vittoria sulle più resistenti milizie terroristiche che ammorbano il suolo iracheno.

Stretto dalle responsabilità assunte da quell’imperialismo democratico che ha contraddistinto la politica estera di H.Clinton e B.Obama, padri di scelte a lungo raggio che ricadono inevitabilmente sull’operato del presidente repubblicano, Trump allenta la morsa; si svincola lentamente dal procedere unilaterale e incalzante che ha condotto gli Stati Uniti nel sangue del cosiddetto Vietnam Siriano; identifica nella distruzione delle cellule jihadiste il reale e unico obiettivo pianificato da Washington; considera terminata la missione delle proprie truppe in Siria; annuncia, dunque, la realizzazione del completo abbattimento del pericolo terroristico; abbandona l’alleato israeliano, Bibi Netanyahu; provoca lo sdegno di Emmanuel Macron, le proteste della coalizione occidentale, le critiche del fronte interventista che ha condotto per un decennio l’esplosione, la caduta e la degenerazione della Primavera Araba; cessa di adoperare il proprio vessillo sulle ferme rivendicazioni nazionalistiche dei curdi, audaci sostenitori della lotta allo Stato Islamico, al governo del filorusso Bashar-al-Assad; demanda alla Turchia, trainata da Erdogan e nemica delle ambizioni curde, il compito di risolvere ciò che resta da sciogliere in Siria.

Pertanto, mentre Russia e Iran appaiono rinforzate dall’inaspettato ritiro delle forze statunitensi, ma non affatto rincuorate da una retromarcia che, se credibile, avverrà gradualmente e non sarà capace di annientare il rilevante peso diplomatico degli Usa sul teatro siriano, il risultato più vistoso è rappresentato dalla riedificazione di un intenso dialogo fra Erdogan e Trump, già coinvolti nel weekend del 14 dicembre in un colloquio telefonico sul destino delle Forze di Autodifesa Popolare Curde e del partito curdo Unione Democratica, al quale si aggiungono prossimi incontri fra la delegazione dell’esercito statunitense e la rispettiva rappresentanza turca per la definizione delle modalità di ritiro, nonché dichiarazioni sul tentativo di instaurare più gradevoli rapporti commerciali fra i due Paesi, la possibilità di una visita ufficiale del Presidente Trump in Turchia, prevista per il 2019, ma non accompagnata da data certa.

L’intesa che ha sconvolto gli equilibri militari suscita soprattutto il terrore delle forze curde, sempre più vicine ad affrontare l’apertura del fronte settentrionale, dal quale la Turchia di Erdogan, una volta disciolti i problemi di debolezza militare, chiariti i nuovi impegni degli Stati Uniti in terra siriana, ricevuto l’assenso di Bashar-al-Assad, potrà sgominare con un letale attacco i ribelli curdi, servendosi, come manuale, della punizione inflitta nel lontano 1915 alle popolazioni armene. Ma, per giungere allo scontro aperto, alla riuscita di un’incursione bellica che non dovrà fomentare tensioni in territorio turco, Erdogan è chiamato a neutralizzare il PYD, forza politica siriana strettamente collegata all’omologo turco PKK, il Partito dei Lavoratori del Kurdistan, che, dal 1984, minaccia l’intervento armato su Ankara. L’operazione turca, pertanto, richiede tempo e la risposta curda è nelle condizioni di trovar validi alleati, ammesso che Damasco sappia acconsentire alla trattativa, sicché, come evidenziato dalle autorevoli penne di “Le Monde” (Marc Semo, analista di questioni diplomatiche e Allan Kaval, esperto del Medio Oriente), la svolta alla questione curda potrà esser garantita unicamente da un accordo fra i leader curdi e Bashar-al-Assad.

Con gli USA sulla via del ritorno in patria, con Russia e Iran impegnate nella protezione del vincitore siriano, le truppe curde, pronte ad esser aggredite dalle pressioni turche, tradite dagli annunci di Donald Trump, denunciano la presenza di 4mila jihadisti dello Stato Islamico ad Hajin, tuttora attraversata dal conflitto armato, la permanenza di circa 30mila seguaci di Daesh sull’intero suolo siriano, l’esistenza di 3mila terroristi fra i propri prigionieri, mentre Erdogan, ancora lontano dall’avere in pugno le condizioni per la realizzazione di un attacco, dichiara di voler completare l’annientamento dell’Isis anche nella difesa delle libertà curde.
Il conflitto è giunto al suo snodo centrale, il destino dei curdi risiede nelle mani di Assad e nel destino dei curdi è il destino della Siria.