Pubblichiamo la prima parte della risposta della nostra Elena Ferrato, che si è laureata in Lettere Moderne con una tesi sull’argomento, al rifiuto espresso da Vittorio Sgarbi nei confronti del femminile di termini come «sindaco» e «ministro». La seconda parte verrà pubblicata domani.

Lo scorso 3 gennaio Vittorio Sgarbi ha pubblicato e condiviso sui social un video in cui si scaglia contro la presidente della Camera Laura Boldrini riguardo ad alcune questioni linguistiche: «Boldrini? No, Boldrini è plurale, lei è una e donna. Quindi Boldrina. Presidentessa della Camera dei deputati e delle deputate, maschi e femmine. E ancora, perché chiamarla presidentessa? Ma perché allora non presidenta. Nella sua visione è cosa buona e giusta che un ministro, se è donna, si chiami ministra, e che il sindaco, se è una donna, si chiami sindaca».
Sgarbi si rifà poi a quanto detto dal presidente della Repubblica emerito Giorgio Napolitano il 15 dicembre, giorno in cui ha ritirato il riconoscimento De Sanctis proprio dalle mani della presidente della Camera Boldrini, occasione in cui ha definito «orribili» e «abominevoli» i termini ministra e sindaca, aggiungendo che continuerà a chiamarla signora presidente come faceva con Nilde Jotti.
Poi il critico d’arte riporta che Boldrini ha definito quanto detto da Napolitano «solamente un’opinione». «Ora cara Boldrina, sia precisa, ci dica chi è lei… lei è la grammatica? Lei stabilisce che non è giusto chiamare sindaco una sindaca e ministro una ministra? E lei perché si chiama presidente? Perché presidente è un termine neutro, perché no? Perché non si chiama presidentessa? Napolitano ha detto una cosa semplice: i ruoli prescindono dai sessi, non si applicano ai sessi, rimangono tali e quali, perché si riferiscono a persone. Come persona rimane persona anche quando si riferisce ad un uomo, non diventa persono. E tu sei una zucca vuota, una capra… non un capro, per fortuna».
Sgarbi contro la presidente Boldrini, dunque. O meglio: Sgarbi contro la stessa lingua italiana.
Sì, perché ciò che il critico non dice – o forse non ammette – è che tutti questi contestatissimi termini appartengono al normale funzionamento del genere grammaticale in italiano. Non solo sono leciti, ma sono addirittura consigliati; e difatti l’Accademia della Crusca, ovvero la massima istituzione in merito, ha pubblicato molti articoli e approfondimenti a riguardo (anche in risposta ai tweet dello stesso Sgarbi).
La questione è complessa: da almeno trent’anni, ovvero dalla pubblicazione delle Raccomandazioni per un uso non sessista della lingua italiana di Alma Sabatini (in foto), si dibatte se sia lecito parlare di sindache o ministre.
Perché si dice gatto per indicare un felino domestico maschio e gatta per indicare un esemplare femmina? Nel caso delle entità animate è semplice: si tende a far rientrare nel genere maschile i nomi che si riferiscono a entità (in linguistica: referenti) maschili e nel genere femminile i nomi che si riferiscono a referenti femminili. Quindi la gatta non è il gatto perché è biologicamente femmina, molto semplicemente.
Ed ecco che, parlando di esseri umani e di nomi di professioni, la cosa non ci sconvolge: normalmente andiamo dalla parrucchiera, se donna; al ristorante ci porta il cibo la cameriera, se donna; al bar è la barista, se donna, a versarci una birra; al supermercato possiamo trovare una cassiera donna come un cassiere uomo, e così via. Certo, i ruoli prescindono dai sessi, come ha detto Sgarbi, ma i nomi di tali ruoli no.
Dire cassiera, infermiera o segretaria non ci turba, giusto? Perché invece sindaca e ministra suscitano così tanto scalpore e rifiuto?

Continua domani…

Di La Voce che Stecca

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