Tra turisti e nuova fretta, il tempo del riposo si colora di arte graffiante, comoda per natura tra le strade di una città in tempesta. Le persone attraversano la strada, un ultimo sguardo al sole oppure al cielo stanco della loro città e gli occhi trovano il riposo nella grande sala di una stazione che offre il caffè dell’attesa, l’ultimo acquisto prima del tempo del treno, e poco altro. Ecco che nel week end o nel frammento di una giornata tra tante, la frenesia si spegne per lasciar posto al relax, e nel cuore di Torino si può sfiorare lo stile pop e ribelle di Banksy: una sola parola inventata per raccontare uno stile e una tavolozza di colori semplici e chiari a tutti, al servizio di un pensiero scomodo e pungente.

Il tratto preciso dell’autore è essenziale fissare sui muri e nei corridoi di questa esposizione chiari messaggi che hanno il gusto del cibo semplice, quel pane buono e sincero che sembra togliere la fame dei pensieri e dei dubbi verso il mondo. Come per ogni sintetica verità letta su un muro o nella pagina di un nuovo libro, avremmo voluto arrivarci noi per primi, invece ci tocca rinvenirla in una stazione ferroviaria.

Seguendo il sentiero del rinnovamento, la città di Torino ha allestito il nuovo spazio espositivo di Porta Nuova con le caratteristiche per riprodurre una modernità urbana sensibile: da luogo di mezzo, nell’attesa di un lungo viaggio o di un breve tragitto verso il posto di lavoro o di studio, diventa uno spazio da vivere e dove cercare il momento dell’arte e quindi solleticare la curiosità.

Gli orologi intorno si fermano, l’aria diventa leggerezza da galleggiare, le borse e i pensieri pesano meno e gli abiti per incanto sembrano più comodi: ecco il tempo da dedicare alla scoperta in una nuvoletta di sacro silenzio. Soffitto a vista, i colori tenui di una stazione moderna e sabauda nello stile, un pavimento amico: ogni dettaglio ricorda al visitatore dove si trova e sospende il momento, per farlo entrare così in un nuovo viaggio di scoperta.

Il diritto d’autore è per perdenti.

Banksy

Così Banksy accoglie Torino e la gente in visita, con una semplice provocazione. Cinque lettere e un mito, la fama di chi racconta poco di sé e intanto lascia che tutti ne parlino con curiosità e bellezza: probabilmente la sua attività inizia a Bristol negli anni ’80, quando essere graffitari poco per volta si diffondeva per le strade e ancora era visto come un semplice essere delinquenti con il colore tra le mani. Si trattava di una forma di espressione principalmente maschile, praticata di notte, si guardava a questa forma di espressione con critica e giudizio e aveva le sfumature del pericolo, sia fisico che legale.

Nessuno lo conosce, eppure tutti conoscono il suo nome. Probabilmente è il più famoso e misterioso street artist al mondo. Alcuni lo considerano un burlone, mentre altri un artista straordinario.

Così le parole raccontano Banksy nelle prime sale dell’esposizione, così si parla di un artista che crede nell’invisibilità come super potere e sussurra al mondo il forte desiderio di rimanere in disparte, in silenzio, ancora protagonista di una vita notturna dove creare e dar fastidio all’ordine di un mondo che non riconosce come ordinato, come in fondo confessa, attraverso il pennello, la penna o una bomboletta, ogni grande artista.

«La gente dice che i graffiti sono brutti, irresponsabili e infantili, ma solo se fatti correttamente.»

Nel 2002 Banksy abbandona l’arte della bomboletta spray e passa allo stencil come scelta estetica e funzionale: l’innovazione è chiara all’occhio dello spettatore perché la tecnica crea movimento e i personaggi sono vivi e vibranti come se fossero pronti a scappare dal muro. Curioso è come nel momento di transizione la mano libera si mescoli allo stencil e crei una vibrazione unica, a volte goffa, ma sempre presente al suo stile in movimento.

Fermami prima che io dipinga ancora.

Se Banksy può essere un’idea, slegata dall’uomo reale, se in fondo il suo pensiero ha la forma dello stile di vita quando si tiene il colore tra le mani e per le strade si semina opinioni e pensieri, allora in primo luogo lui è satira e parodia di se stesso, messa in gioco di un pensiero per renderlo semplice e chiaro a tutti, per incastrarlo nelle menti e farlo diventare nuova ribellione, nuova ideologia.

Desolata la strada, vuota la mente dell’uomo nella bruttura del mondo: allora ecco che l’artista prende in giro ogni gesto quando diventa autorità imposta o guerra inutile. Il ruolo delle forze dell’ordine è spesso deriso, l’autorità fatta piccola, la violenza è frammentata per cancellare il gusto di amaro che lascia in bocca, quando per la strada ognuno di noi volge lo sguardo di fronte a un gesto malvagio di un uomo a un altro uomo, quando si vede la scena di un conflitto in televisione e si cambia canale.

Se il potere diventa piccolo, tanto da gettarlo a terra e giocarlo in modo ridicolo, allora forse l’uomo si fermerà a guardarlo e riconoscerlo in un sorriso, in una nuova consapevolezza già nascosta dentro di lui.  Ecco che il viso di un poliziotto diventa una faccina ridicola: così si deride chi ha potere, chi dovrebbe custodire la pace e l’armonia e invece è corrotto. Banksy invita al pensiero perfetto, quello capace di liberare la mente da un recinto o una costrizione e insegna a guardare al mondo come qualcosa da dipingere a nostra misura, fino a quando non ci starà comodo sulla pelle. Cosa c’è di giusto nella scena di un poliziotto quando perquisisce una bambina con il vestitino rosa e il pupazzo a terra ad aspettarla? Pochi colori invitano alla riflessione.

Il mazzo di fiori è la nuova bomba della modernità

Banksy

Anzi, così dovrebbe essere, come nell’opera in esposizione, dove un militare in bianco e nero e con il volto semi coperto lancia un mazzo di fiori a colori invece di una bomba: fall in love, not in line recitano alcune lettere al suo fianco e suggeriscono un gesto per trovare l’armonia che serve per un mondo in pace.

L’azione è tesa e realistica, il gesto è movimento bloccato e in questo secondo sospeso ogni cosa può succedere: ci si aspetta la bomba, l’attesa di un’esplosione di odio e conflitto, invece l’immagine suggerisce il profumo di fiori appena colti, suggerisce un nuovo gesto, un reale pensiero che già è reazione, che per sostituzione capovolge l’immagine e regala una sensazione forte allo spettatore.

Chiaramente, il messaggio è trito, semplice nella sua ribellione, succede però che nella scelta del gusto e dell’estetica, l’artista ottenga il suo scopo: quello di fermare il pensiero di chi osserva e invitarlo alla riflessione, a una reazione di pensiero. Banksy condanna la guerra, naturalmente, dipinge un nuovo disordine, dove l’infanzia accusa l’autorità e mette in piazza una semplice gentilezza e ingenuità per smussare odio e lotte di potere: se bastasse così poco, allora davvero fiori e bambini potrebbero salvare il mondo. Nell’arte di Banksy questo sembra semplice da credere.

Se una tela rimane ferma, allora succede che il muro sembra poter camminare al posto di un mondo che cambia e in cui opere possano evolvere per parlare agli occhi delle persone. Ecco la genialità dell’artista: trasformare temi complessi in opere semplici come la musica per far riflettere tutti.

Quasi propaganda, la sua arte diventa una comunicazione d’effetto e sfacciata con la bellezza di catturare l’attenzione e suggerire allo spettatore di riflettere, di fermarsi ancora davanti a questi colori e a semplici provocazioni perché se cerca nel suo pensiero, trova forse la stessa sana ribellione: mai come in questo momento di nuovi conflitti e disagi mondiali, l’uomo deve a se stesso la cura di riflettere e dare forma a un dubbio.

Gangsta Rat

Banksy

«Ho dipinto ratti per tre anni prima che qualcuno dicesse: Che cosa intelligente, “rat” è un anagramma della parola “art”, e ho dovuto fingere di averlo sempre saputo.»

La parte finale dell’esposizione prende respiro dalla critica alla guerra e alle forme di autorità per offrire spunti sulla natura di un’artista complesso e lontano da dinamiche di fama e successo: l’arte sembra rimanere per lui quello strumento senza il quale la voce sarebbe rotta, liscia come il pensiero impulsivo e un colore primario mescolato a qualcosa di bello che capita per caso sulla tavolozza.

La serie dei ratti moderni e umanizzati racconta bene Banksy, mette nero e rosa su bianco la sua voglia di creare senza reali scopi, a volte, il pensiero contorto e preciso insieme di una società macchiata da differenze sociali che non hanno bisogno di etichette. Ecco che il critico ci vede una ricerca di senso, ecco che succede che a volte l’intenzione dell’opera dica molto più di quanto ci fosse nella mano di chi con calma e furore crea un disegno che sia comunicazione.

L’arte di strada è il colore in mano ai bambini, è semplice come la musica quando entra nella pelle e risveglia un senso senza bisogno d’imparare a leggerla, senza la voglia di trovare uno schema dietro il senso di una nota, come dentro un colore. Nessuno insegna al bambino come apprezzare la musica. La tecnica è semplice, il contrasto bianco, nero e colore è nella mente di tutti: l’arte di Banksy non solletica solamente esperti d’arte, è per l’uomo comune, per chi voglia osservare e cercare una nuova sensazione dentro di sé.

La Voce che Stecca