La lunga notte turca. Cronaca del golpe fallito

Una cosa ieri sera sembrava sicura, che Recep Tayyip Erdoğan avesse perso. La fuga del presidente turco, che sembrava essere diretto in Qatar dopo il presunto rifiuto di Germania e Regno Unito, insieme all’inglorioso «armiamoci e partite» con cui aveva chiesto ai cittadini di andare in piazza pareva decretare la fine del suo potere.

 

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Intorno alle 23 locali (22 in Italia) di ieri sera lo Stato maggiore dell’esercito ha annunciato di «aver preso il potere in Turchia per ristabilire l’ordine democratico e la libertà e far rispettare i diritti umani». Dichiarazioni non verificabili perché mandate via mail agli organi di informazione. Cancellati tutti i voli per Istanbul,  istituiti il coprifuoco e la legge marziale e promessa una nuova costituzione.
Il presidente Erdoğan era riuscito a fuggire sul suo jet privato. La tv di Stato aveva interrotto le trasmissioni e i social network erano inutilizzabili; questo, unito alla chiusura dell’aeroporto di Ataturk, aveva reso estremamente arduo comprendere cosa stesse accadendo. Il colpo di Stato sembrava aver avuto successo. Venivano sventolate numerose bandiere turche e in molti festeggiavano. Intorno alle 23:30 di ieri sera venivano uditi degli spari nei pressi del palazzo presidenziale. «Sono ancora il presidente della Turchia e il Commander in chief: resistete al colpo di stato nelle piazze e negli aeroporti», aveva dichiarato Erdogan, ritenendo a ragione che «il colpo di Stato non avrà successo».
Il tutto, come abbiamo accennato, è iniziato alle 22 (ora italiana) di ieri sera, quando una minoranza dell’esercito ha fatto irruzione nella sede di una delle due tv nazionali. Sono bastati 50 minuti per oscurare Twitter, Facebook e Youtube in tutto il paese. Il paese sembra diviso in due e la marina turca ha dichiarato di non partecipare al golpe.
Secondo molti, si tratterebbe di un colpo di Stato «dal basso», dal momento che Erdoğan aveva sostituito i quadri dell’esercito con un gruppo di fedelissimi. Poco prima di mezzanotte Cnn Turk racconta di un’esplosione nella sede della tv di Stato turca. Il ponte sul Bosforo è stato bloccato dai militari e sono stati uditi numerosi spari.
La tenuta dei golpisti ha però da subito iniziato a vacillare: già dopo poche ore il ministro degli interni turco Efkan Ala ha dichiarato che il colpo di Stato era stato «sventato» e che i ribelli erano «sotto controllo», anche se le scene da guerra civile parevano fornire una versione abbastanza diversa. Angela Merkel e Barack Obama hanno dichiarato, in interventi separati, di ritenere il governo di Erdoğan «democraticamente eletto», analoga la reazione della Nato. «Faremo tutto il possibile perché prevalga la democrazia. Il colpo di Stato non riuscirà e i responsabili saranno puniti: le nostre forze useranno la forza contro la forza», le parole del premier turco Yildirim.  Il dipartimento di polizia di Ankara aveva richiamato in servizio tutto il personale, ma i golpisti hanno comunque assaltato la sede centrale di sicurezza della capitale: almeno 17 poliziotti sarebbero stati uccisi.
La musica ha iniziato a cambiare quando i golpisti hanno dovuto scontrarsi con i civili e con i poliziotti fedeli a Erdoğan: le forze militari hanno cominciato a spaccarsi e il capo della Marina militare Bostan Oglu ha dichiarato che «le forze sotto il suo controllo non aderiscono alla sollevazione». A quel punto tra Istanbul e Ankara ha iniziato a regnare il caos, soprattutto dentro l’esercito, dove si sono scontrati lealisti e golpisti.
Centinaia di cittadini fedeli a Erdoğan si sono quindi riversati nelle strade contro le forze armate. Il punto di svolta è stata probabilmente la folla di lealisti che ha assaltato la sede della tv di Stato, da dove i militari avevano dato il via al golpe. La Cnn turca ha dato di lì a poco la notizia dell’atterraggio del presidente all’aeroporto di Ataturk a Istanbul: «Il golpe è stato sventato ma coloro che hanno pianificato questo colpo di Stato pagheranno duramente», ha dichiarato Erdoğan mentre si udiva un’esplosione nello stesso scalo. 

Tito Borsa e Sara Collalti