È abbastanza sciocco definire i risultati delle amministrative — ci riferiamo alle grandi città come Torino, Milano, Bologna, Roma e Napoli — una sconfitta del governo o, come ha detto qualcuno, l’inizio della decadenza di Matteo Renzi a favore di una rinascita del centrodestra o di una maturazione del Movimento 5 Stelle. È sciocco perché grazie a Dio un sindaco non è un presidente del Consiglio: ha delle mansioni diverse e, soprattutto, si elegge in modo diverso.

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Quindi la lettura che qui ci accingiamo a fare dei dati risultanti dalle urne parte proprio da questo: il legame fra il governo e le città è innegabile ma la varietà di situazioni che si sono verificate in ogni comune rende questo collegamento abbastanza debole. Partiamo da Roma, dove bisogna riconoscere innanzitutto l’ottimo risultato di Giorgia Meloni, candidata del suo FdI e della Lega nella capitale, che ha sfiorato il ballottaggio, mentre il più moderato Alfio Marchini realizza la seconda débâcle consecutiva in tre anni. Virginia Raggi era la favorita sia perché il M5S era l’unica grande forza politica non coinvolta negli scandali di Mafia Capitale, sia soprattutto perché ha condotto una campagna elettorale tranquilla e misurata, ma al contempo chiara ed efficace, tale da evidenziare la sua ottima preparazione. Alla faccia di chi la definiva un burattino nelle mani dei vertici del M5S. Ora se la giocherà al ballottaggio con Giachetti, il renzianissimo radicale, che ha ottenuto un risultato dignitoso che gli consente, seppur per i pochi voti che lo separano dalla Meloni, di potersi giocare nuovamente le sue carte il 19 giugno. Forse Roma, per la vicinanza fra il premier e il candidato del Pd, è stata la città in cui Renzi ha subito davvero una «non vittoria»: la poltrona di sindaco è ora legata ai «ripieghi». Gasparri ieri ha ribadito che la Raggi e Giachetti sono entrambi «invotabili», ma gli elettori di Forza Italia la pensano come lui? E quelli della Meloni?
«Grillo fondi partito, vediamo quanto prende. Perché non lo fa?», così si esprimeva Piero Fassino sfottendo il futuro leader del M5S nell’estate 2009. Ecco che, con la destra sotto il 10%, subito dopo il suo 42% figura il 30% di Chiara Appendino, candidata grillina. Evidentemente Fassino non ha fatto un cattivo lavoro, ma c’è anche qualcuno a Torino che spera di vedere qualche faccia nuova in municipio. Il lungimirante ora ha paura?
Se a Bologna, roccaforte democratica, Virgino Merola se la vedrà con la leghista Lucia Borgonzoni, su cui Salvini ha puntato moltissimo e che arriva al ballottaggio con un dignitoso 22% contro il 39 del candidato dem, a Napoli nei circoli Pd c’è aria di tempesta. Il sindaco più antirenziano d’Italia, l’ex pm Luigi De Magistris, ha conquistato la scena partenopea con un 43% che lo porta al ballottaggio contro l’azzurro Giovanni Lettieri che ha preso poco più della metà dei suoi voti (24%). Valeria Valente, fedele al premier, rimane al terzo posto: per chi voterà il 19 giugno?
Rimane Milano, dove mr Expo Beppe Sala ha battuto il candidato di centrodestra Stefano Parisi di niente (42%-41%). La sfida fra i due manager sarà evidentemente decisa dai voti dei pentastellati e della sinistra non rappresentata da Sala. Forse questa è davvero la sfida, almeno in partenza, più aperta.

Di Tito Borsa

Giornalista professionista e fotografo. Ho pubblicato vari libri tra storia, inchiesta giornalistica e fotografia

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