All’interno del Giubileo della misericordia, papa Francesco ha voluto dedicare una giornata, domenica scorsa, al perdono nei confronti dei detenuti. In realtà, il Pontefice si è spinto ben oltre il semplice invito a mettere da parte odio e rancore verso questi soggetti, arrivando a fare un appello affinché venga compiuto dalle istituzioni «un atto di clemenza».

Parola d'ordine: rieducare. L'ex pm Gherardo Colombo
Parola d’ordine: rieducare. L’ex pm Gherardo Colombo

Ai margini di questo evento giubilare, si è tenuta anche una marcia organizzata dai radicali; partiti dal carcere di Regina Coeli e giunti fino in Piazza San Pietro, Rita Bernardini e compagni hanno manifestato per richiedere a governo e parlamento un provvedimento di amnistia, in linea con il pensiero di Francesco.
L’amnistia è una disposizione di legge attraverso la quale si estingue il reato, dando luogo a una sentenza di proscioglimento oppure alla cessazione delle pene dopo la sentenza di terzo grado passata in giudicato. Essa si differenzia dall’indulto, provvedimento più morbido, in quanto estingue o tramuta in altre modalità previste dalla legge tutta o parzialmente la pena principale, tuttavia senza toccare il reato in sé.
Le ultime due applicazioni di questi istituti giuridici risalgono, per quanto concerne l’amnistia, al 1990, mentre si ricorse all’indulto durante l’ultimo esecutivo a guida Prodi, nel 2006. Quest’ultimo destò grande indignazione poiché includeva anche il crimine di corruzione giudiziaria, salvando così l’ex ministro della Difesa berlusconiano Cesare Previti dalla condanna in Cassazione per corruzione in atti giudiziari nel contesto del processo Imi-Sir.
Negli ultimi tempi, si ritorna a discutere di questi strumenti data la condizione preoccupante in cui versano le sovraffollate carceri italiane, situazione messa nero su bianco da una sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo datata 8 gennaio 2013, la quale ha ritenuto il nostro Paese colpevole di «trattamenti inumani e degradanti». Infatti, all’interno dei nostri istituti penitenziari si registrano dati allarmanti: quasi 4000 individui senza un posto letto, più di 9000 con meno di quattro metri quadri ciascuno a disposizione. Inoltre, negli ultimi vent’anni, 18mila sono stati i tentati suicidi e, solo nel 2015, un terzo dei carcerati ha contratto il virus dell’Hiv e più di 31mila l’epatite.
La detenzione non è solo fonte di sofferenza, ma è dimostrato essere pure controproducente. «Oggi due persone su tre che escono dal carcere poi ci ritornano», mentre «solo uno su cinque di chi va ai servizi sociali poi commette di nuovo reati», denuncia a proposito l’ex pm Gherardo Colombo. Sembra, dunque, necessario, più che un semplice decreto cosiddetto svuota-carceri come quello emanato nel 2014, che ha incrementato il senso di impunità percepito dai cittadini, un investimento a lungo termine in rieducazione e recupero dei carcerati, in modo che siano riabilitati alla vita all’interno della società contrastando il rischio di recidiva. Il percorso psicologico è fondamentale, ma, soprattutto, sarebbe bene impegnare dal punto di vista lavorativo chi sconta una condanna, presentandogli delle prospettive future diverse e ben più gratificanti della delinquenza.

Di Gerarda Monaco

Classe 1995, laureata in giurisprudenza. Il diritto e la politica sono il mio pane quotidiano, la mia croce e delizia. Vi rassicuro: le frasi fatte solo nelle informazioni biografiche.

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