Criminalizzare i clienti, silenziare le prostitute. Si potrebbe riassumere così il nuovo disegno di legge presentato in Senato che riapre il dibattito parlamentare sul tema della compravendita di servizi sessuali. Il ddl, a prima firma della senatrice M5S Alessandra Maiorino, propone la modifica della legge Merlin secondo un modello «neo-abolizionista» mutuato dalla legislazione svedese.

Scopo dichiarato del ddl è abolire lo sfruttamento della prostituzione e della tratta. Il metodo: punire il cliente. Chi compra sesso è l’ultimo anello di una catena di sopraffazione ai danni della persona prostituita. Perciò prostituirsi non è reato, ma chi compra deve essere punito e rieducato: il ddl prevede una multa da 1500 a 5000 euro per chi acquisti prestazioni sessuali e l’ammonizione da parte del questore. Per chi venisse trovato a comprare sesso più di una volta in cinque anni, la multa aumenta (da 5mila a 15mila euro) e si aggiunge il carcere, da sei mesi a tre anni, evitabili solo partecipando «con successo» ai percorsi destinati agli autori di violenza di genere.

Niente autodeterminazione per i sex worker

Clienti assimilati per definizione agli uomini abusanti. Uomini, perché l’impianto del ddl si regge sulla concezione della prostituzione come un fenomeno di genere, che si lega in modo indissolubile al fenomeno della tratta e che non può prescindere da una relazione di abuso di chi acquista sesso, quasi sempre uomo, ai danni di chi lo vende, quasi sempre donna.

E la prostituta, in questa concezione, è ingessata nel ruolo di vittima, costretta dalla violenza o anche solo dalla necessità a mercificare il sesso per vivere. Quale sia l’implicazione di questa visione è presto detto: la scelta di vendere sesso non è mai davvero una scelta. Lo ha affermato addirittura la Corte Costituzionale in una pronuncia del 2019: prostituirsi non rientra nella libertà di autodeterminazione sessuale, ma è un’attività economica degradante e penalizzante per la dignità umana. Una visione semplicistica di un fenomeno variegato, che dipinge come incapace di libera scelta un’intera categoria di persone dal vissuto invece complesso.

Colpire i clienti funziona?

Il ddl Maiorino riprende il modello di regolamentazione introdotto per la prima volta in Svezia nel 1999. Con aspettative elevate: stando ai dati ufficiali, l’applicazione della legge avrebbe ridotto il numero di persone in prostituzione del 65%.

La proposta ha trovato, in Italia, sostegno tra i gruppi che si occupano di donne vulnerabili. Tra queste l’Unione delle Donne d’Italia, la cui esponente Stefania Tola trova il principio da cui muove il ddl «interessante: alla base della prostituzione c’è un rapporto binario e finché non c’è un serio controllo sulla domanda, quand’anche la prostituzione sia regolamentata, il rischio che l’illegale invada il legale è elevato». Ma il quadro è roseo solo in apparenza: punire i clienti non abbatte realmente la domanda, ma isola chi vende, spingendolo a nascondersi per lavorare.

Non a caso, dati relativi alla riduzione del fenomeno si riferiscono alla prostituzione di strada, quella visibile, mentre, secondo un rapporto realizzato nel 2005 da Transcrime per il Parlamento Europeo, dopo l’introduzione della legge la prostituzione indoor svedese è cresciuta, passando da circa i due terzi a circa l’80% del mercato.

Secondo il report «Twenty years of failing sex workers», pubblicato nel 2019 dall’associazione di sex worker svedese Fuckförbundet, gli effetti negativi del Sex Purchase Act sono diversi e si riconducono principalmente allo stigma sociale, che determina l’esclusione dei sex worker dal dibattito per i diritti civili, oltre che da prestazioni essenziali come quelle sanitarie. E alla difficoltà di reperire clienti, che fa sì che accettino condizioni di lavoro potenzialmente più pericolose come per esempio incontrare il cliente a casa sua, o cedere alla richiesta di non usare protezioni, mentre li allontana dalla possibilità di denunciare eventuali violenze.

Una risposta troppo semplice a un problema complesso

Punire i clienti, insomma, è forse la soluzione più semplice, ma non la più utile alla causa della lotta alla tratta e della promozione dei diritti umani. Secondo i dati di Escort Advisor, uno dei principali portali di annunci erotici, ci sarebbero in Italia 120mila escort.

Se le sex workers avessero un ordine professionale, sarebbero il quarto gruppo di lavoratori indipendenti più numeroso in Italia alle spalle di medici ed odontoiatri, avvocati, ingegneri e architetti; prima di farmacisti, geometri e psicologi: criminalizzare i loro clienti sortirebbe l’effetto di togliere voce a una fetta di popolazione in cui sicuramente coesistono vissuti di costrizione e libera scelta, ma che ha bisogno di trovare risposte sul piano sanitario, fiscale, lavorativo, culturale, giuridico e sociale.

Team WatchDogs: Giulia Girardello, Bianca Peri, Jennifer Riboli

Supervisione giornalistica: Tito Borsa

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