In occasione dei 17 anni dalla morte di Fabrizio De André (11 gennaio), considerato dalla maggioranza il più grande cantautore italiano di tutti i tempi, ogni settimana analizzeremo – senza pretesa di esaustività – i 13 album in studio dell’artista genovese: da Volume I ad Anime Salve, dal 1967 al 1996.

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«Fabrizio De André» è il decimo album in studio del cantautore genovese: pubblicato nel 1981 con la collaborazione di Massimo Bubola già collaudato in «Rimini», porta in copertina l’immagine di un nativo americano a cavallo. A causa di questo, il disco è comunemente conosciuto come «L’indiano». L’opera in questione è un dipinto dell’artista statunitense Frederic Remington del 1909. Il tema dell’album è la descrizione della condizione del popolo sardo attraverso il paragone istituito con i pellerossa: entrambi, pur essendo per certi versi molto differenti, sono stati minacciati da invasori esterni. Brani come Quello che non ho, Se ti tagliassero a pezzetti, Fiume Sand Creek e Hotel Supramonte (che parla del rapimento del cantautore e di Dori Ghezzi da parte dell’Anonima Sequestri) fanno parte della conoscenza popolare dell’opera di Fabrizio De André, anche perché sono le canzoni più orecchiabili e più riproposte in concerto. Accanto a questi troviamo pezzi più delicati e «difficili» come Il canto del servo pastore, in cui la natura viene descritta dal punto di vista di un servo pastore che – pur non sapendo né il proprio nome né le proprie origini – riesce a vivere in simbiosi con essa; Ave Maria, pezzo popolare cantato in sardo da Mark Harris mentre De André diviene eccezionalmente corista; e infine Franziska. Con un ritmo reggae arriva infine Verdi pascoli, canzone che (giustamente) non è rimasta nella memoria di quasi nessuno e che può essere etichettata a buon diritto come uno dei pochissimi «scivoloni» di De André.
Prosegue nell’Indiano il cambiamento iniziato con «Rimini»: sembra davvero che la svolta rock di De André, iniziata con l’album del 1978 e poi corroborata dalla tournée con la Pfm, fosse ormai parte del cantautore genovese. Come vedremo la settimana prossima, a Faber sono bastati tre anni per rimescolare tutte le carte in tavola, con la complicità di Mauro Pagani.

Di Tito Borsa

Giornalista professionista e fotografo. Ho pubblicato vari libri tra storia, inchiesta giornalistica e fotografia

La Voce che Stecca