La parola ai giovani: Islam e Isis

Sono molte le discussioni, le opinioni e le riflessioni sul terrorismo in seguito ai fatti accaduti a Parigi e a Beirut. Tanti si abbandonano all’odio, seguendo le orme di chi l’odio lo fomenta, senza fermarsi ad osservare i fatti, rimanendo ciechi di fronte alla realtà che spiegherebbe così bene come sia sbagliato utilizzare una religione per etichettare i libero-bastardi-islamicicolpevoli. C’è chi si abbandona alla ricerca di colpevoli inserendo nella categoria persone che invece se ne distanziano, chi riporta riflessioni di altri, chi giustamente ricorda tutti gli atti terroristici e non solo quelli vicini a noi e chi invece si abbandona a frasi poetiche contro la guerra, la violenza e chi ne fa uso.
Siamo costantemente bombardati sui social da mille opinioni diverse, analisi politiche improvvisate e strumentalizzazioni della notizia. Non mi sorprende che in un clima come questo, sia così facile iniziare a generalizzare e a cadere in luoghi comuni: perché alle colpe è necessario dare un colpevole, e per farlo si sceglie sempre la strada più facile, anche quando è quella sbagliata.
Ciò che potrebbe salvarci dal cadere in luoghi comuni e dal parlare senza conoscere è il dialogo. Perché è sempre confrontandosi che ci si mette in gioco, che si impara ad ascoltare e ad essere critici nei confronti di noi stessi, per cercare sia nuovi modi per argomentare le opinioni che magari non cambieremo, sia, perché no, per scoprire altri punti di vista e cambiare anche il nostro.

Charaf, 22 anni, ci racconta che quello che gli dispiace, in quanto musulmano, e che gli dà da pensare è che spesso nei programmi italiani invitano gente che non ha nessuna competenza per parlare di Islam o di terrorismo e che sono pochi i programmi che invece chiamano gente più esperta. «Ho ascoltato per esempio un’intervista che è stata fatta al rettore dell’Ispi (Istituto per gli Studi Politici Internazionali) a cui è stato chiesto cosa ne pensasse dell’“Islam moderato”. Il rettore ha subito indicato al giornalista che le parole che stava usando erano sbagliate, perché non esiste un “Islam moderato”. Parlare di Islam moderato fa passare l’idea che sia una minoranza e che esista invece un’altra parte che è d’accordo con i terroristi. Questi sono “gli esperti” da chiamare alle trasmissioni televisivi o radiofoniche, persone cioè che espongono la loro opinione perché prima hanno studiato e si sono informati».

Ma perché è così facile parlare male dell’islam?
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Perché è questo che la gente vuole sentirsi dire. Viene strumentalizzato il fatto che se uno si dichiara musulmano e compie un atto terroristico la responsabilità viene estesa a tutti i musulmani ed è sbagliato perché se un cattolico fa un atto terroristico la responsabilità è sua personale. L’Isis non rappresenta i musulmani questo è il punto. Tanti, tantissimi lo stanno dicendo, ma sempre troppo pochi rispetto a chi identifica le due cose». (Charaf, 22 anni)

Perché non vengono strumentalizzate anche le altre religioni?
«Nei confronti per esempio del cristianesimo questa generalizzazione non avviene, come nel caso di Breivik in Norvegia, che ha ucciso 77 persone da solo, nessuno ha chiesto ai cristiani di dissociarsi. La gente associa il terrorismo alla religione musulmana. Non si è mai sentita l’allocuzione “terrorismo cristiano”. E questo avviene soprattutto per una scarsa informazione e scarsa conoscenza dell’Islam nell’opinione pubblica generale». (Anna, 20 anni)
«Il cristianesimo non si strumentalizza perché in Italia è anche più facile fare campagna elettorale, quindi portare dei voti dalla propria parte, strumentalizzando invece l’Islam, qualcosa cioè su cui la maggior parte delle popolazione italiana è ignorante».(Elvin, 22 anni)

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Quindi accade spesso che la politica si serva di certi avvenimenti, anche gravi come quelli recenti, per alimentarsi?
«Sì, ma questo succede solo in Italia. Dieci minuti dopo l’attentato c’era già chi era lì a pubblicare post con commenti razzisti o direttori di giornali che titolavano “bastardi islamici”. Anche in Germania e Francia ci sono gruppi estremisti ma la differenza è che per esempio il primo tweet di Le Pen è stato: “per rispetto dell’unità del paese interrompiamo la campagna elettorale”». (Charaf)
«In Italia si fa campagna elettorale sui morti ancora caldi. Di destra o di sinistra, le tue prime parole dovrebbero essere di unità, non messaggi d’odio». (Sara, 20 anni)

I foreign fighters sono consapevoli della strada che intraprendono? Cosa li spinge a partire?
«Gli europei che partono dalle periferie delle grandi città per arruolarsi in questi eserciti del terrore, sono la prova che nel nostro continente abbiamo un grande problema di integrazione, soprattutto in Francia. In Francia vivono 6 milioni di musulmani e ci sono quartieri in cui vivono solo immigrati». (Charaf)
«A parte l’aspetto economico, uno dei motivi è anche perché sono morte le grandi ideologie. Prima le persone che aderivano a delle ideologie, comuniste o fasciste per esempio, si sentivano parte di qualcosa, parte di un progetto. Oggi non essendoci queste ideologie, le persone che hanno bisogno di identificarsi in qualcosa, dove trovano un appiglio? Lo trovano in questo tipo di realtà. È un fallimento quindi anche a livello politico, non è soltanto un fatto economico. È un qualcosa a monte, a livello culturale, non è da sottovalutare il fatto che Not-In-My-Name-5oggi un giovane che parte per combattere in Siria si sia sentito a monte escluso dalla realtà politica che lo circonda. C’è un bisogno di sentirsi parte di qualcosa. Magari altri trovano altre realtà in cui sentirsi protagonisti, come l’associazionismo, l’università. Ma se sei escluso, hai bisogno di trovare una via d’uscita. Il problema delle seconde generazioni che si arruolano è proprio questo, nasci e cresci in Italia, ma non puoi votare, non hai diritti civili e ti senti straniero a casa tua. Fai le scuole in Italia, sei italiano a tutti gli effetti ma ti trovi straniero e vivi e ti comporti e ti senti straniero quando non lo sei. È un conflitto interiore che viene sottovalutato e questo ti porta a trovare un motivo per partire». (Sara, 20 anni)

Perché l’Isis si sente rappresentato dall’Islam?
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Non c’è una base teologica dottrinale su cui si può giustificare le azioni dell’Isis. Alla fine loro sono i primi a strumentalizzare la religione, perché nell’Islam non c’è nulla che giustifichi il terrorismo. L’Isis è nato come qualcosa di offensivo nei confronti dell’esterno e non esiste una base dottrinale, lo dicono anche i sapienti musulmani che non hanno niente di islamico. 90 vittime dell’Isis su 100 sono musulmane. Basti pensare ai siriani, agli attentanti in Tunisia, solo per citarne alcuni, eppure le persone non ti credono perché i media mettono in risalto solo quello che vogliono. “Se non state attenti, i media vi faranno odiare gli oppressi, e amare gli oppressori” diceva MalcomX”». (Charaf)

Come ci si sente ad appartenere ad una categoria che viene accusata ingiustamente?
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Dire che l’Isis è legato all’Islam è assurdo, non ci sono basi teoriche, non ci sono collegamenti né riferimenti. Essere convinti che siano la stessa cosa è fare il gioco dei terroristi, è dargli ragione. Ed è questo che fa tristezza. E poi sentire le persone che ci chiedono di dissociarsi fa ancora più pensare. In questo contesto vale il “sei colpevole fino a prova contraria”; se sei musulmano, sei un terrorista finché non te ne dissoci, è questa l’aria che si respira, ed è questo che è pesante. Leggo post su Facebook di persone che incitano all’odio, che danno colpe indirettamente anche a noi scrivendo “musulmani”, ma alla fine non è che ci rimango male perché se lo facessi non ne uscirei più. Quindi alla fine la prendo con ironia, è l’unico modo. Mi salvo i commenti più assurdi e ci rido su, rido dell’ignoranza, perché se dovessi rattristarmene sarebbe la fine. Ci sono veramente post assurdi sui social noi ci sono per esempio persone che chiedono la pena di morte per i kamikaze, tanto per dirne una». (Charaf)