C’era una volta, e se la si cerca si trova ancora, la voglia di generare linfa artistica rielaborando pezzetti di passato, lontano o vicino che fosse. Essa si accompagna al piacere di spazzare via il grigio della noia con sferzate di colore, lasciando parlare le più saporite sfumature della vita e della curiosità. Desiderio, colore, espressività accesa, spontaneità: tutte caratteristiche primarie delle opere e della personalità di Ivano Chiavarino, artista emergente di Corneliano d’Alba che opera principalmente su materiali di recupero.

L’artista e il suo atelier

Rosso rubino, giallo primario, blu notte e bianco sgorgano sul semplice cartone, che troppo spesso si getta senza un pensiero in più, rendendolo altro, rendendolo recuperarte. Il curioso incontro tra rifiuti e tempere regala un sapore di rinnovamento alla quotidianità, una sferzata di energia al ripetersi delle giornate. Ai piedi dell’opera riposa un libro di poesie, la copertina è bianca: due mondi, parole e colori dentro i gesti, un solo nome a raccontare la pulsione artistica: Ivano Chiavarino aka ivi71.

Leone ruggente classe 1971, è pronto a scalare le gerarchie della savana artistica, ma soltanto se ciò significa: «Colorare e fare ogni cosa come piace a me». Nella sua Corneliano d’Alba, terra famosa per il buon cibo e il buon vino, ha ricavato il suo atelier e spazio creativo, ristrutturando una cascina di quasi trecento anni. Suggestivo espositore o caotico generatore, ogni spazio trasuda sensi accesi e animo artistico, coronato dal suo sorriso naif e dalla sua volontà di ferro.

Ha le idee chiare Ivano Chiavarino, su cos’è l’arte in generale, ma soprattutto sulla sua: riempire il vuoto con il colore, accendere lo spazio e il tempo, dissetare gli istinti, ispirare rinascita e rinnovamento proponendo sempre qualcosa di nuovo. Nella sua bottega il tempo è sospeso, il solo conteggio che avanza è quello delle opere sfornate a ripetizione, anche a ritmo di dieci al giorno, sulle ali del puro estro. Astrattista ma incredibilmente concreto, mani da costruttore incontrano una mente in continuo fermento. A sentirlo parlare, ogni opera e ogni intuizione sembra semplice, quasi banale: ecco il super potere di chi ha l’arte nelle vene.

Ivano Chiavarino
Una stanza dell’atelier

Recuperarte: estro, profondità, semplicità

I quadri di Ivano Chiavarino sono un racconto aperto, uno sguardo su un universo senza fine, sempre capace di dare vita a nuove idee e a nuove storie. Si tratta di opere dal concept semplice, che si adattano al meglio ai materiali su cui vengono create: cartone, iuta, mattonelle che diventano frammenti di un mosaico, piastrelle sollevate per scoprire cosa si nasconde sotto. Un aneddoto su tutti: nel 2006 la sua curiosa mano trova una Stella Ebraica degli anni trenta in un palazzo di Bra che stava ristrutturando e decide all’istante di renderla alla Comunità Ebraica di Torino. Essa non riuscirà a risalire a un possibile proprietario, ma ciò che colpisce di questa storia è la reazione istantanea di una mente frizzante, sempre aperta e curiosa.

Salvare ciò che ha la forza di durare e che spesso si getta via in un istante: questo è l’intento principale della sua recuperarte. Il rifiuto della tela a vantaggio del cartone e dello iuta, la volontaria disattenzione ai soliti paesaggi e delle solite nature morte, la comunicazione schietta di sprazzi involontari, eppure estremamente personali e significativi, di energia artistica. Il suo modo di trattare i materiali di supporto e di generare la sua arte ha la voce squillante di un Ivano ancora bambino, ma il risultato racconta di un artista fatto e finito, pienamente consapevole di sé e di come solleticare l’occhio dell’osservatore, senza paura di sfidare canoni e pubblico.

L’artefice del proprio destino e del proprio passaggio sul mondo siamo noi stessi: ecco cosa comunica primariamente Ivano Chiavarino con le sue opere e con le sue parole. Vitale è per lui l’unicità nell’interpretare il proprio ambiente, qualunque esso sia. Graffiare e attirare attenzione, affermare e non guardare in faccia a nessuno, né per elargire compromessi creativi né per elemosinare uno sguardo in più.

La recuperarte in tutta la sua potenza

Alcune opere significative

Agli colleghi vorrebbe urlare di «uscire dal quadrato», o dalla scatola, se si vogliono citare la versione ufficiale del detto e i suoi materiali di recupero. Ovvero di mettere in discussione gli stili, cercare un codice di gusto personale, che sfidi l’osservatore a carpire le varie interpretazioni nascoste tra le pennellate, perdendosi altresì in un abbraccio di colori.

Ivano Chiavarino non nasconde nulla a chi lo visita, così le opere presentate sono state decine. Tuttavia, alcune di esse risultano particolarmente impattanti. La prima di esse è Il Guerriero, che nasce dal lato di uno scatolone, recuperato e riconvertito in fretta, con la pennellata sicura di chi ha già tratteggiato nella mente il risultato finale. In pochi tratti, quell’idea di disciplina guerriera orientale, di determinazione e di titanismo si converte da pensiero a immagine reale, chiara seppur astratta. L’opera sussurra di una doppia entità: una silhouette misteriosa, oppure un volto dai lineamenti sinuosi.

Gente di mare, invece, si caratterizza principalmente grazie al colore, che racconta di una creazione acerba e impulsiva. Una pennellata verso destra simboleggia il futuro, mentre quella verso sinistra richiama la malinconia per il passato, ci spiega l’autore, e confessa di aver imparato sul campo, realizzando e confrontandosi, il significato simbolico di gesti e consuetudini con cui già plasmava i suoi messaggi visuali.

Le origini

La maggiore peculiarità di Ivano Chiavarino e della sua recuperarte è che sono semplicemente sgorgate per caso, al termine di un silenzioso lavoro di erosione della crosta comunicativa esteriore, in un tempo relativamente recente. La prima opera dell’artista, chiamata Grano sgranato, è infatti datata 11 dicembre del 2020, ed è l’inizio di una nuova stagione. Prende le mosse da un portavasi realizzato dal padre, che a lui racconta una storia di attaccamento alle radici, rifiuto dei canoni, rielaborazione artistica. In una parola: rinnovamento, quello che onora il vecchio trasformandolo nel nuovo, sublima il passato tuffandolo nel futuro. E così Chiavarino dipinge in un antro dal sapore ottocentesco, ma diventa noto nel suo ambiente grazie ai social, proponendo i suoi lavori alle enclave di artisti, fino a essere incluso in pianta stabile nel gruppo Facebook del Tate Modern e a partecipare a eventi nazionali come L’anima di…, del MOA di Eboli.

Essere suo ospite in un ridente pomeriggio di aprile è stata un’esperienza interessante e rigenerante, grazie ai mille colori e agli odori di materiali inconsueti per uno studio pittorico, seppur parte della vita di tutti i giorni. Ciò che resta è il senso ultimo delle sue creazioni: una melodia complessa tra impulso, studio, ricerca e confronto. Una ricerca e un’espressione dell’anima attraverso l’arte, con le sue esplosioni, inondazioni e ferite.

La Voce che Stecca