Immaginiamo di entrare un giorno qualunque in libreria e di comprare un libro di uno scrittore a noi sconosciuto, di spaparanzarci sul divano e di aprirlo recitando una formula magica del tipo: «Scrittore, servo delle mie brame, cosa si nasconde tra le tue trame?». Cosa potrebbe succedere? Finiremmo risucchiati in un ricordo come Harry Potter quando scribacchia sul diario di Tom Riddle per svelarne i segreti? (Quasi) sicuramente no, sebbene essa rappresenti appieno i trucchi di cui si avvale un autore per parlarci di sé. Tra questi, forse il più potente, ma anche il più comune, è l’artificio dell’alter ego.

Cos’è l’alter ego?

Si tratta di nient’altro che della trasposizione letteraria dell’autore, come se lo scrittore giocasse col caro vecchio Gira la moda e creasse un modellino di sé, abbellendolo o deturpandolo a suo piacimento, e lo piazzasse in uno o più romanzi per raccontarsi in una nuova veste, diversa dalla solita tuta da casa della Decathlon.

L’artificio dell’alter ego è di uso comune tra gli scrittori perché comporta parecchi vantaggi. Innanzitutto funziona come incentivo per far sì che l’autore aggiri i propri blocchi mentali e sveli pensieri e sensazioni molto intimi, che farebbe fatica a pronunciare in prima persona. Inoltre è un arguto stratagemma per togliersi di dosso la responsabilità di affermare verità scomode. Dopotutto, anche nella vita di tutti i giorni, a chi non dispiacerebbe avere un clone adibito allo scopo di portare il peso delle proprie affermazioni?

Infine, l’efficacia dell’artificio dell’alter ego si basa su uno strano meccanismo della mente umana, che ci porta ad abbassare le difese cognitive nei confronti delle rappresentazioni, ovvero a credere più facilmente a ciò che ci viene detto da un personaggio inventato rispetto a una persona reale. Se così non fosse, seguiremmo i telegiornali con molta più attenzione rispetto ai film e alle serie TV.

L'artificio dell'alter ego
Dr.Jekyll and Mr.Hyde, opera basata sul concetto di alter ego (del protagonista). Fonte

Austen e Gamberale: trasposizione diretta di sé

Un’autrice che si avvale in maniera ricorrente e a mio avviso magistrale del trucco dell’alter ego è Chiara Gamberale, una delle maggiori scrittrici contemporanee. Se in alcuni romanzi, come Una vita sottile, Gamberale espone personalmente i suoi problemi di anoressia e di depressione, in altri, come Adesso, affida la propria interiorità al personaggio di Lidia Frezzani, una donna dilaniata da un vuoto interiore che cerca di colmare in ogni modo possibile. Si tratta di una voragine così assordante che rimbomba anche in noi lettori, nelle nostre pance, nei nostri cuori e nelle nostre menti. Per riempirlo, addentiamo ogni libro della Gamberale, ne assaporiamo ogni abisso, rendendole la sazietà di cui per tanto tempo si è sentita priva.

Se Lidia Frezzani si butta col paracadute per sentirsi viva e riempire la voragine assordante che avverte dentro di sé, non fa lo stesso Emma,  protagonista dell’omonimo romanzo di Jane Austen e alter ego della scrittrice. Il motivo per cui l’accostamento tra Emma e gli sport estremi o qualsiasi altra attività minimamente emozionante non può esistere traspare nel romanzo stesso, che narra di una vita piatta quanto l’encefalogramma di un paziente appena spirato. L’unico interesse di Emma sembra quello di organizzare matrimoni fra conoscenti, anche se priva di tutte le scocciature di un’odierna wedding planner.

Spezzando una lancia a favore di Emma e della Austen, bisogna ammettere che tra il 1700 e il 1800 la vita delle donne era molto limitata: oltre a qualche ballo in società, il loro tempo trascorreva tra passeggiate col naso attaccato ai libri e in qualche trasferta fuori porta, i cui pericoli maggiori erano una storta o la remota possibilità di morire di broncopolmonite in un letto a baldacchino a causa di un acquazzone.

L'artificio dell'alter ego
Chiara Gamberale. Fonte

Foscolo e Lovecraft: ammissioni e delusioni

Rimanendo in tema di noia (in questo caso di vivere) e di morte, non possiamo non citare il celebre alter ego di Ugo Foscolo. Jacopo Ortis non è proprio l’immagine della felicità e dell’ottimismo, anzi: nelle sue lettere non fa che lamentarsi e dolere delle proprie disgrazie, in un’eterna via crucis che culmina in un tragico suicidio. Visto da una prospettiva esterna, risulta una vera e propria pittima. D’accordo, è chiaro che Foscolo ha estremizzato appositamente l’artificio dell’alter ego per esprimere la sua cocente doppia delusione d’amore, data dal rifiuto della famiglia di Isabella Roncioni e dalla cessione della patria all’Austria da parte di Napoleone, però un granello di speranza si poteva mescolare a tutta quella depressione. Suvvia, non è mica morto il gatto!

Parlando di gatti, se fosse morto quello di Lovecraft lui l’avrebbe presa ancora peggio. Da quello che traspare di lui dal suo alter ego, l’esploratore del mondo dei sogni Randolph Carter, ne deduciamo una personalità molto tetra: un carattere introverso e malinconico, una continua frustrazione per la banalità del mondo reale e… un amore spassionato per i gatti! Ciò che ne viene fuori è il profilo del perfetto gattaro misantropo, altezzoso e sprezzante nei confronti della convenzionalità dell’esistenza umana. Tuttavia, tocca riconoscere a Lovecraft una profonda consapevolezza dei propri limiti, soprattutto quando riconosce apertamente, all’età di trent’anni, di aver perso per sempre la cosiddetta chiave d’argento, passe-partout per accedere al mondo dei sogni, abbandonando così ogni velleità da Peter Pan.

L'artificio dell'alter ego
Rappresentazione della dimensione onirica esplorata da Randolph Carter. Fonte

Il realismo magico di Marquez: quando l’ambiente diventa alter ego

Spiccando il volo verso l’universo che si estende fra sogni e realtà, a una certa quota non meglio precisata, possiamo trovare Gabriel Garcia Marquez, placidamente adagiato tra le braccia di una guajira dell’aldilà, a contemplare l’opera del suo genio: il realismo magico.

Con questa espressione si intende una sorta di fusione tra realtà e magia. Le dimensioni sconfinano l’una nell’altra in un miscuglio in cui non si riesce a distinguere né capo né coda e il risultato che si ottiene è totalmente destabilizzante per una mente razionale. Essa si ritrova infatti immersa in una realtà psichedelica, sovrannaturale, sospesa tra carnalità e divinità.

E proprio in questo mondo, così allucinato da sembrare generato da un individuo sotto acidi, Marquez ha riversato non soltanto la propria personalità, bensì la sua intera vita. Nel celeberrimo Cent’anni di solitudine l’artificio dell’alter ego si declina infatti nella città di Macondo, trasposizione letteraria della sua natia Aracataca e vera protagonista del romanzo. Essa include la casa dei nonni materni in cui è cresciuto e il laboratorio dei pesciolini d’oro, più volte esplorato da bambino. Tra la popolazione figurano ovviamente i nonni di Marquez, ma anche lo stesso scrittore, nei panni di Aureliano Buendìa, che racconta aneddoti reali della sua infanzia, come quando il nonno lo portò a conoscere il ghiaccio. Infine vi è racchiusa la sua visione dei fenomeni e dell’origine del mondo, nato da un connubio di amore e ingenuità, uniche coordinate valide per orientarsi nel reale.

Se Marquez afferma che: «La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla», allora l’artificio dell’alter ego non è altro che la scelta del miglior abito letterario: l’autore ne ammira il taglio, ne apprezza i giochi di luce tra il fulgore della stoffa e il bagliore della bigiotteria. Ma soprattutto viene estasiato dal suo profumo, quel tocco di Chanel n°5 che non si scorda mai e che si vuole catturare nella fragranza senza tempo delle pagine di un libro.

La Voce che Stecca