Massimo Carlotto: fra noir, Bitonci e immigrati

Massimo Carlotto (Padova, 1956) è uno dei più importanti e prolifici scrittori noir italiani. Lo abbiamo incontrato per parlare de La Banda degli Amanti (Edizioni E/O), il suo ultimo romanzo, ma quella che è venuta fuori è stata un’intervista su moltissimi temi, primo fra tutti il suo rapporto con l’«Alligatore», uno dei suoi personaggi di maggior successo. Il 5 novembre esce Per tutto l’oro del mondo, sempre per E/O.

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Oltre all’impianto narrativo, di per sé molto forte, nei tuoi libri è molto presente anche un amaro punto di vista sulla società. Che 6096057_376121funzione ha questa parte della narrazione? È voluto questo o è naturale che salti fuori?
È il centro del noir. La formula narrativa del noir obbliga a raccontare una storia criminale che si svolge in un tempo e in un luogo per raccontare la realtà sociale, politica, economica, storica, e quindi racconti un luogo, racconti un momento storico e racconti le contraddizioni sociali. Questo è il noir, totalmente diverso dal romanzo poliziesco, anche se adesso si chiama tutto noir, perché è la parola più semplice. La mia stata una scelta a tavolino, dedicarmi al noir perché più di ogni altra letteratura permette di entrare nel vivo delle contraddizione.

La storia, in pratica, è una scusa?
È una scusa, sì.

Anche per raccontare un punto di vista abbastanza amaro?
Beh il noir non ha mai un finale consolatorio, non è una letteratura consolatoria.

Quindi anche la scelta del genere è un pretesto…
La scelta di quel sottogenere, perché il romanzo poliziesco al contrario è altamente consolatorio, perché ribadisce sempre la vittoria del bene sul male, mentre nel noir è assolutamente il contrario.

Che rapporto hai invece con l’Alligatore, uno dei tuoi personaggi di massimo-carlottomaggior successo? Anche lui, come te, ad esempio, frequenta la Sardegna, è una coincidenza oppure ha un significato?
Io ci ho vissuto per 10 anni, e non è che siano pochi. Beh no, non è una coincidenza, perché gli autori raccontano i luoghi che conoscono, è una scelta che abbiamo fatto molti anni fa, una scelta collettiva. Tra l’altro questa è stata la scelta vincente per l’estero, noi abbiamo cominciato a vendere all’estero quando abbiamo fatto questa scelta, cioè di usare il territorio come personaggio.

Maestro in questo Camilleri…
Sì, Camilleri, ma anche i francesi sono molto bravi. Però è proprio un modo di identificare il romanzo attraverso un personaggio ulteriore, che è il territorio, che ha profumi, sapori, storia.

Parliamo di Padova: l’hai scelta per gran parte dei tuoi romanzi perché la conosci o perché ti sembra la città adatta per un noir?
Beh il Nord-Est è un luogo straordinario per raccontare i romanzi. Se giri per le università straniere il Nord-Est viene studiato da anni come laboratorio della nuova criminalità, perché è il primo luogo dove si è agganciata la criminalità organizzata con i settori fondamentali della nostra società: la finanza e la politica, e ha creato un sistema economico. Questo è studiato ovunque fuorché in Italia, però il nord-est, anche come la provincia, la relazione con la provincia e il crimine, la questione del confine e del territorio, è estremamente interessante.

E Padova?
Padova ulteriormente, perché ha sempre avuto una storia molto interessante. È successo di tutto a Padova, di tutto e di più, e ci sono una serie di personaggi estremamente interessanti, Galan, uno fra tanti, però è il modo di intendere la politica che ha governato questo territorio per moltissimo tempo.

4volte-thumbE per quanto riguarda i luoghi? Mi riferisco in particolare a La pista di Campagna, in allegato quest’estate con la Domenica del Sole 24 Ore.
Io ho raccontato dei periodi di cronaca: i posti sono quelli, la gente è quella e ho, ovviamente, mescolato il momento di finzione narrativa e mi interessava raccontare la relazione tra l’uso di stupefacenti e la città; come sia trasversale ai ceti sociali, come di fatto sia una cosa che passa abbastanza inosservata. Mi fa ridere la giunta (Bitonci, ndr) con il discorso del degrado, dei migranti: anche venendo qui al Pedrocchi ho visto abbastanza per un altro racconto ed è così.

Secondo te il sindaco Bitonci potrà cambiare Padova?
In negativo senz’altro. Secondo me questa giunta rischia seriamente di creare un ambito negativo nella città che pagheremo caro nei prossimi anni. Non è certo una questione di sviluppo, ma dell’amministrazione che si arrocca su alcune posizioni senza avere una dimensione europea seria.

Non è, come dicono molti, una giunta di ignavi che passerà i prossimi cinque anni e non succederà niente?
No, io credo, invece, che succederà qualcosa, ma non in senso positivo e sono abbastanza convinto che non durerà cinque anni ma qualcosa di più. Rischiano di rimanere qui dieci anni, perché ai padovani piace, piace quest’idea di ordine, tanto la questione dei migranti non la risolverà mai, quindi non andrà da nessuna parte.

E la sua opinione sull’immigrazione? Potrebbe essere gestita diversamente?
L’immigrazione è un fenomeno mondiale inarrestabile, sta investendo l’Europa, non c’è niente da fare, non si può parlare in questi termini, o ragioni nei confronti dei migranti come una risorsa o non puoi farci nulla: se qui ci fosse il vecchio sistema economico, quello che poi è andato nei paesi dell’est o in Cina, li accoglierebbero a braccia aperte, perché hanno fatto i soldi coi migranti e con il lavoro nero di quegli anni, poi li hanno cacciati perché non c’era più lavoro, perché la locomotiva del nord-est ha superato il confine ed è andata dall’altra parte, e oggi li accoglieremo nuovamente se ci fosse la possibilità di sfruttarli con il lavoro nero, solo che non è possibile questo, perché non c’è più un sistema economico in grado di sostenerne il peso. Allora oggi c’è un discorso di rifiuto che riguarda tutti, ma riguarda soprattutto una dimensione culturale; cioè questo paese ha espulso l’Africa dall’immaginario culturale, nessuno pubblica più informazioni, il cinema africano è scomparso, in televisione se ne parla pochissimo, se mi devo informare dell’Africa o guardo la tv francese oppure leggo la rivista dei Padri Comboniani che sono gli unici che parlano seriamente di Africa in questo paese.

E questo ovviamente comporta un rifiuto anche della gente comune?
La crisi porta al fatto di chiudersi in se stessi: ho troppi problemi e non posso occuparmi degli altri. E questo si vede perché l’Italia da un punto di vista culturale si sta chiudendo. Per noi il problema dell’Africa è solamente Lampedusa, e ho scritto una fiaba su questo, si chiama La via del pepe. Finta fiaba africana per europei benpensanti (Edizioni E/O), ed è una storia di cinque anni fa, quando ancora non era scoppiato il fenomeno.