La riflessione: non c’è la vita, non c’è la morte

Ci continuano a dire che un giorno tutti dovremo morire ma non è detto che sia cosi. Non possiamo continuare a vivere con questo pensiero nella testa perché toglie un senso a tutto quello che facciamo, anche se fingiamo di non pensarci. Nel momento in cui saremo morti non ci saremo più, non sentiremo più niente, quindi non ci renderemo mai conto di non esserci. Lo sapranno solo gli altri, quelli che resteranno e che ci conoscevano da vivi.

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Se è vero che come dice la canzone dei «Bluvertigo» e lo dice anche il senso comune «È praticamente ovvio che esistano altre forme di vita» – se l’ universo è infinito e non ha una fine è molto più probabile che esistano altre razze aliene che il contrario– e allora chi ci dice che da un momento all’altro non si mettano in contatto con noi e che essendo  più evolute ci trasmettessero anche il segreto della vita eterna? Non è questa forse una ragione migliore per continuare a vivere credere e sperare in qualcosa di diverso che non l’ineluttabilità della morte? «Non c’è la vita, non c’è la morte» è un mantra che continuo a ripetere fin da piccolo quando il mio maestro delle elementari Andrea Nieddu, probabilmente un giovane buddista, me lo insegnò per aiutarmi a vincere la mia paura più grande, quella di morire e di non sentire più niente. Veniamo da un nulla eterno che c’era prima di noi e torneremo nello stesso brodo eterno anche quando non ci saremo più, è la mia unica spiegazione/consolazione quando penso alla morte, ed è un pensiero di sollievo perché l’idea della vita eterna spaventa tanto quanto quella della morte, perché l’eternità è un concetto che il nostro cervello non riesce a rinchiudere nel suo piccolo limite fisiologico. Se siamo parte dell’eternità allora ogni momento che viviamo è un infinitesima parte dell’infinito e quindi essenzialmente non esiste. Quindi la vita non esiste e di conseguenza neanche la morte. E il naufragar mi è dolce in questo mare diceva uno molto più colto e intelligente di me, e non aveva tutti i torti: quante volte mi sono perso a cullarmi all’interno di questi concetti e pensieri fino a perdermi mentre sfioravo il brivido dell’incommensurabile vuoto del tutto che è poi il niente. Quando siamo partiti da Los Angeles per un viaggio a 360 gradi intorno al mondo in tre settimane per realizzare un video promozionale per la Apple/Macromedia/American Film Insititute per l’allora ancora embrionale software Final Cut, io e il mio socio anche lui regista Pierluca De Carlo nel lontano 1996 (20 anni fa esatti) non sapevamo che questi sarebbero stati i concetti con cui saremmo ritornati e su cui abbiamo basato il nostro promo video «South of Rome (La Vita d’un Uomo)» . Niente a che fare con la tecnologia di cui dovevamo trattare se non la veste multilayer del suo risultato finale, ma concetti universali che portavano l’uomo a spingersi più oltre alla ricerca dei suoi limiti e della sua mortalità, perché il veloce ma enorme viaggio da Los Angeles a Istanbul, al Kenya, a Katmandu alla Thailandia e di nuovo a Los Angeles ci aveva cambiato, profondamente mutato e portato a riflettere e far riemergere le questioni primarie dell’essere umano sempre alla ricerca di un perché della propria esistenza, o a inventarsi divinità inesistenti e riti e culti volti a scongiurare la paura atavica della morte. In cambio di cosa? Una promessa di vita eterna che spaventa ancora di più del nulla perché pensare di vivere per sempre per sempre per sempre per sempre senza mai una fine, è come un sibilo lancinante che riverbera nel vuoto assoluto.