Con l’avvicinarsi del fatidico 4 dicembre, il clima politico si infervora sempre di più tra i vari schieramenti scesi in campo a sostegno del «Sì» e del «No». Tanto che addirittura il noto costituzionalista Gustavo Zagrebelsky, ha recentemente dichiarato che questa consultazione appare persino più divisiva dello storico quesito del ’46 tra monarchia e repubblica.

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Tuttavia, paradossalmente, il dibattito più serrato in questa variegato fronte pro o contro, appare quello tutto interno al Pd, partito di governo, determinato fautore di questo disegno e che ora vede minacciata la buona riuscita del suo progetto di riforma dalla sua stessa minoranza interna; ergo il suo futuro politico dipende in gran parte dagli equilibri interni alla sua maggioranza. Continui tira e molla, anatemi, invettive, critiche feroci provenienti dalle varie correnti bersaniane, cuperliane, gueriniane si scontrano anche aspramente, spesso provocando ancor più confusione. A mettere un freno alle polemiche ci pensa però il presidente del Pd, Matteo Orfini, il quale, ospite a un convegno a sostegno del «Sì» a Scafati (Salerno), cerca di riportare la discussione sul dritto binario, con esiti non del tutto confacenti ai buoni propositi di distensione auspicati. «Il percorso di questa riforma è stato molto lungo e tortuoso, frutto di un compromesso, poi saltato, con Forza Italia, dopo che il M5S si era tirato indietro; ma abbiamo fatto queste modifica utilizzando le regole sancite dall’art.138, non aggredendolo come aveva fatto il precedente governo Letta (anch’esso Pd, ndr)». Poi ritornando sul dibattito tutto «democratico» nel suo partito prosegue: «Fatico a capire le ragioni di chi al nostro interno si oppone a questa riforma in maniera irragionevole. Abbiamo fatto tutte le proposte che il centrosinistra ha da sempre portato avanti a partire dal superamento del bicameralismo paritario, alla creazione di una camera delle autonomie e semplificando il processo legislativo senza toccare la forma di stato e di governo come voleva fare D’Alema con la Bicamerale che prevedeva un sistema simile al semipresidenzialismo francese». A proposito della modifica del titolo V ribadisce, poi, la netta inversione di tendenza rispetto alla modifica del 2001 voluta anche allora dal centrosinistra, passando dunque da un sistema regionalista a un sistema centralista: «Torniamo indietro rispetto alla riforma del 2001 che ha aumentato le inefficienze e il divario tra Nord e Sud. Ora l’ultima parola sulle questioni di interesse nazionale passa al governo, semplificando enormemente le procedure ed eliminando in contenziosi Stato-regioni». Sulle obiezioni di Roberto Speranza e Pier Luigi Bersani riguardo il combinato disposto tra legge elettorale e riforma costituzionale, che l’ex segretario reputa «pericoloso», Orfini (un tempo anche lui decisamente meno ortodosso) ribadisce di aver accolto, invece, molte delle modifiche delle minoranze (del Pd ovviamente). «Cuperlo ha sottoscritto la proposta di modifica dell’Italicum che abbiamo condiviso insieme a partire dall’eliminazione del ballottaggio e dell’elezione dei senatori, ma Bersani non è rimasto soddisfatto. Reputo questo atteggiamento inspiegabile. Forse da parte di qualcuno c’è più la voglia di preparare il terreno per il nuovo congresso del Pd. Ma questo referendum non dev’essere la resa dei conti del partito. Se vince il “No”, sappiate che non vince Bersani ma vince Grillo e Salvini. Se vince il “Sì” vinciamo noi». 

Ivan Piedepalumbo

Di La Voce che Stecca

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