Quando vengono scritte queste righe, intorno alle 14 di ieri, sono passate circa 36 ore dal terremoto che ha sconvolto il centro Italia e le vittime sono più che raddoppiate rispetto a quelle di cui vi abbiamo parlato ieri. Ho lasciato a Francesca Bortoli l’onere di occuparsi di questa tragedia perché non riuscivo a trovare le parole giuste per commentarla.

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E non sono riuscito a trovarle neppure ieri, forse perché visitando (ospite della nostra Elisa Climastone) L’Aquila un anno dopo il sisma ho ancora negli occhi delle immagini drammatiche, forse perché di parole proprio non ce ne sono.
Se commentare questa tragedia è molto difficile, se non impossibile, dopo aver letto i quotidiani di ieri e dopo aver guardato ore di dirette televisive riguardanti il sisma, qualche domanda sorge spontanea. È doveroso premettere che chi scrive non è né un sismologo né un geologo, gli interrogativi che intendiamo porre sono forse basati solo sulla nostra ignoranza ma, poiché crediamo di non essere gli unici cretini in Italia a porci qualche domanda, ci piacerebbe ricevere anche delle risposte.
È tristemente normale che, dopo una storia di terremoti (citiamo l’Emilia, L’Aquila e Campobasso, ma sono molti di più), nel 2016 siamo ancora qui con il numero di vittime nell’ordine delle centinaia? È importante notare che il 60% degli edifici italiani è stato costruito prima delle normative antisismiche, circa un terzo di questi 7 milioni di edifici è in pessimo stato. Costa troppo cercare di recuperare il tempo perduto? Forse, ma è bene ricordare che — al di là dell’influente perdita di vite umane —mettere in sicurezza costa meno di ricostruire, tra il 70 e l’80% in meno, per la precisione.
Schermata 2016-08-25 alle 15.53.31Il caso della cittadina di Norcia è un esempio virtuoso a questo proposito: epicentro della seconda scossa, quella delle 4:35, e distante solo 25 chilometri in linea d’aria da Amatrice, a Norcia non ci sono state vittime e nemmeno lesioni importanti agli edifici. Un miracolo? Certo che no: dopo il terribile terremoto del 1979 e dopo quello, meno devastante, del 1997, la città è stata ricostruita e ristrutturata in modo antisismico: la Regione Umbria, dopo il 1997, pagò fra l’80 e il 100% della spesa per la ristrutturazione e la messa in sicurezza degli edifici lesionati. Questo non significa che, dopo un sisma di tale entità, Norcia sia rimasta uguale a prima: secondo gli esperti, alcune abitazioni, infrastrutture e beni culturali (fra cui la basilica di San Benedetto) sono lesionati, ma danni di questa entità non sono paragonabili a quanto accaduto in Lazio e nelle Marche.
Altro fattore importante è l’educazione: secondo il presidente del Consiglio nazionale dei geologi Francesco Peduto, «una percentuale fra il 20 e il 50% dei decessi, in questi casi, è causata da comportamenti sbagliati dei cittadini durante l’evento sismico». Questo è un sintomo importante: in Italia in pochi sanno come comportarsi di fronte a un terremoto.
Quali sono le nostre domande? 1. È mai possibile che, di fronti a grandi opere senz’altro meno urgenti come il Tav e il sempiterno sogno del ponte sullo Stretto, non si trovino i soldi per cercare di prevenire tragedie come questa? 2. È mai possibile che, in un paese — tanto per fare un esempio — teatro di 3 terremoti devastanti solo negli ultimi 7 anni, non si cerchi di educare anche i cittadini, così da renderli consapevoli di come comportarsi quando tutto trema e si hanno pochi secondi per reagire?
Non vogliamo fare polemica o demagogia spiccia quando ci sono ancora dei corpi sotto le macerie: queste sono questioni concrete, reali, che devono trovare una risposta anche nel rispetto di chi è morto a causa di un terremoto.

Di Tito Borsa

Giornalista professionista e fotografo. Ho pubblicato vari libri tra storia, inchiesta giornalistica e fotografia

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