Se la legge è (e dev’essere) uguale per tutti, lo stesso non si può dire della politica, almeno entro certi termini: la discrezionalità è talvolta d’obbligo per non prendere abbagli e danneggiare il proprio partito. Stiamo parlando della doppia questione Nogarin-Pizzarotti, i due sindaci — rispettivamente di Livorno e Parma — pentastellati che hanno ricevuto un avviso di garanzia in seguito a due vicende completamente diverse e su cui si esprimerà a tempo debito la magistratura.

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La grande differenza fra i due è che Nogarin è difeso dal M5S, mentre Pizzarotti è stato sospeso dal Movimento ufficialmente a causa della mancata comunicazione del coinvolgimento del primo cittadino parmigiano in un’inchiesta giudiziaria. A parte la triste uscita del sindaco livornese «Inevitabile non sporcarsi le mani», questi due episodi evidenziano un problema di fondo della politica italiana, che tra i grillini giganteggia proprio a causa della loro aprioristica purezza: si tende, sulla carta almeno, a brandire mannaie manichee fra ciò che è buono e ciò che è cattivo, ignorando che nel concreto, nel reale, le cose sono più complesse.
Parlare di dimissioni di qualunque politico raggiunto da un avviso di garanzia, quindi indagato, significa equiparare — senza riferirsi ai casi Livorno e Parma — inchieste dovute a denunce pretestuose dell’opposizione che diventano atto dovuto e inchieste basate su fatti reali e problematici. Significa inoltre dimenticare che penalmente e politicamente rilevante sono due questioni diverse: ci si deve dimettere per qualunque questione infamante, sia essa un’intercettazione infamante o sia essa un’inchiesta (fatta da giornalisti o da pm) basata per esempio su filmati o documenti che lasciano ben pochi dubbi sul coinvolgimento del politico. Né nel caso Nogarin né in quello Pizzarotti abbiamo circostanze come quelle appena descritte, quindi — a nostro parere — nessuno dei due per ora si deve dimettere.
Qui non si tratta di derive giustizialiste o garantiste, come ha detto più di qualcuno, bensì di semplice buon senso; non si tratta di ignorare il «marcio» dentro il M5S, bensì di monitorare situazioni delicate per poi agire quando si hanno elementi sufficienti per farlo.

Di Tito Borsa

Giornalista professionista e fotografo. Ho pubblicato vari libri tra storia, inchiesta giornalistica e fotografia

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