Breve storia della pioggia
Alain Corbin
Edizioni Dehoniane – 2016 – 9 euro

«Niente è più ideologico del tempo che fa», così Alain Corbin, pioniere della storia delle sensibilità ed ex docente alla Sorbona, avverte il lettore sulla scia di Roland Barthes. La pioggia è sempre stata invocata e odiata: l’acqua che cade dal cielo «fa viaggiare l’anima», ma rende impraticabili i percorsi dei cavalieri erranti, complica le guerre, fa ritardare gli amori; invocata in tempo di siccità, provoca anche la paura dell’eccesso, delle alluvioni e dei diluvi. Se Stendhal la detesta, Baudelaire ne fa una componente essenziale dello spleen, i diaristi la intrecciano con le lacrime, re e capi di Stato ne fanno un uso politico, rinunciando all’ombrello nelle cerimonie ufficiali per condividere con il popolo anche le avversità atmosferiche.
La svolta si ha alla fine del Settecento, quando la sensibilità individuale ai fenomeni meteorologici si intensifica; lo sforzo di guardare in alto per cogliere i segni della collera divina o dell’intervento diabolico, associato alle pratiche di invocazione religiosa, viene vanificato poi nell’Ottocento dalla «secolarizzazione del cielo», antesignana delle previsioni meteo. Ancora nel 1850 l’abate di Meschivet veniva inseguito da alcuni contadini armati di bastoni perché stava scattando fotografie a un temporale, strumento nelle mani del diavolo.
La pioggia ha accompagnato dalla notte dei tempi l’uomo e per questo, una «Breve storia della pioggia», non può che diventare una «breve storia dell’uomo», da un punto di vista inedito e originale. Dalle invocazioni religiose alle previsioni meteo, tempo atmosferico ed esistenza terrena sono andati di pari passo verso il progresso, che ha determinato (almeno in occidente) la morte della superstizione legata alla pioggia o alla grandine. 

Di La Voce che Stecca

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