Recessione: qualche dato utile contro i giratori di frittate

L’Istat ha mostrato i dati del quarto trimestre 2018: è recessione. Potevano gli esponenti del PD perdere l’occasione per rigirare la frittata? Certo che no! Renzi: «Ci portano a sbattere»; Martina: «Di Maio il ministro della recessione». Ora molliamo l’euforia piddina, perché in questo blog proviamo ad andare oltre, alla ricerca di un’analisi.

Un paio di utili grafici per analizzare l’entrata in recessione.

 

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Partendo dal primo grafico a nostra disposizione (Fonte: Istat) possiamo notare l’andamento del prodotto interno lordo italiano dal 2006 all’ultimo trimestre del 2018. Noterete che il livello del PIL del 2007, ovvero precedente alla crisi non sia stato minimamente raggiunto. Infatti, a differenza degli altri Stati, l’Italia non è riuscita in quest’impresa. Possiamo attuare un controllo sul secondo grafico (Fonte: Bloomberg), che mette a confronto l’andamento del PIL di diverse nazioni, fissando a 100 il valore di partenza di ciascuno Stato nel mese di dicembre 2007. Il PIL italiano viene rappresentato col colore nero. Esso precipita più in basso di tutti.

Bisogna fare una ricostruzione, per così dire, storiografica, partendo dalla crisi del 2008. Nel grafico 1 (andamento PIL italiano, Istat), potete vedere la prima caduta del PIL, rappresentata dalla crisi globale scatenata dai mutui subprime di provenienza USA. Si ha una prima grave recessione, salvo poi ottenere un’inversione di tendenza e tornare a crescere. Stavamo sostanzialmente seguendo il trend di ripresa generale dopo lo shock mondiale ma, a differenza dei maggiori Stati, che continuano il loro percorso di espansione, il nostro PIL sprofonda una seconda volta nel 2011. È la seconda recessione, la cura del governo tecnico a base di austerità. Il mondo sfruttava la nuova spinta espansiva in atto recuperando i livelli di PIL pre crisi, mentre noi, purtroppo, sprofondavamo ancora più giù. Siamo, per così dire, usciti dalla recessione e abbiamo cominciato un periodo di stagnazione e poi leggerissima crescita spinti dalla domanda mondiale e dalle condizioni vantaggiose del mercato (Quantitative Easing, prezzo del petrolio su tutte). Ma l’espansione si sa, non è infinita e qui vengono a galla tutti i limiti del modello economico eurista. 

Il sistema economico eurista si basa sulla deflazione salariale, molto semplicemente il taglio dei salari per il raggiungimento di un costo finale delle merci più basso. Questo rende più competitivi i prodotti e le esportazioni aumentano. Capirete che se i salari sono stati tagliati il nostro potere d’acquisto risulta limitato. Il sistema funziona, a costo di malcontento generalizzato che sfocia in risultati elettorali come quelli del 4 marzo, fino a quando la produzione viene assorbita dal mercato estero e quindi esportata. Ma cosa succede se la domanda mondiale cala? Nascono i problemi! Noi cittadini all’interno non abbiamo abbastanza potere d’acquisto per compensare la diminuzione di domanda estera e l’economia interna viene trascinata nella sofferenza generale. È il sistema dei trattati UE: l’ordoliberismo. State cominciando a ricostruire il puzzle: l’austerità serve ad aggiustare la bilancia commerciale (la differenza tra importazioni ed esportazioni) ed è il compito svolto nel 2011 dal governo tecnico.

Bene, ora siamo in surplus commerciale! Abbiamo spazio per aumentare il nostro potere d’acquisto, compensando la diminuzione della domanda mondiale e alleviare le conseguenze della frenata.  

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Checché ne dicano taluni esponenti del PD o FI, come vediamo nel grafico 3, la frenata non è conseguenza di Di Maio o del governo brutto e cattivo, ma da un’inversione di tendenza generalizzata, partita nell’area Euro già all’inizio del 2018, un anno fa. Da qui possiamo comprendere il taglio delle stime di crescita del PIL tedesco da 1,8 a 1; la diminuzione dei consumi dei francesi di 1,5 ecc…
Ricordiamo che la fiducia al governo Conte arrivò a giugno 2018.
Questo rimpallo di responsabilità è un necessario strumento politico, ma qui ci lecchiamo le ferite con delle prospettive che non sono comunque stupende. Il modello eurista si affida alla domanda estera, come insegna la Germania: crescita sul debito altrui. Non siamo pronti a livello di consumi interni per compensare.

Per compensare questo calo servirebbe un aumento della domanda interna e dei salari precedentemente schiacciati. Come detto da Tridico, economista keynesiano che ha studiato il Reddito di Cittadinanza, laddove non arriva il privato deve arrivare lo Stato e lo strumento del Reddito di Cittadinanza, inserito in manovra 2019, la prima di questo Governo (e che quindi non ha potuto produrre ancora effetti) può aiutare a sostenere l’economia dando potere d’acquisto a chi non ne ha per aumentare i consumi interni. Medesima funzione potrà avere l’inserimento del salario minimo orario in agenda. Serve un aumento della spesa pubblica specie con gli investimenti, ben sapendo che una recessione prolungata porterà il rapporto deficit/pil a sollevarsi automaticamente.