Solo una persona fuori dal mondo potrebbe pensare che i social abbiano un ruolo irrilevante nella politica. In vista del referendum abbiamo provato a fare un viaggio nel mondo della propaganda, dando un’occhiata ai commenti sulla pagina Facebook «Basta un Sì» e su quella «Iovotosì». Proviamo a vedere i risultati.
Sono commenti pubblici, quindi non occorre nemmeno oscurare i nominativi degli autori. 

Iniziamo con due video «ufficiali», per così dire, pubblicati dalla pagina «Basta un Sì» che spiegano in modo inappuntabile il motivo del loro voto.

È lecito chiedersi come faccia a «dar voce in capitolo ai cittadini» visto che impedisce loro di votare i senatori, triplica il numero di firme necessarie per una legge di iniziativa popolare e diminuisce il quorum dei referendum solo se le firme raccolte sono 800mila, quando è già difficilissimo raccoglierne 500mila, soprattutto se non si è un gruppo organizzato.

Un qualunque cambiamento è positivo? Questione di gusti. A parte un deprecabile errore – sono 315 i senatori «aboliti» –, si tratta di una visione abbastanza parziale e limitata degli effetti della riforma. Motivazioni discutibili, soprattutto se pensiamo che questo video è stato pubblicato sulla pagina Facebook di «Basta un Sì», che è il comitato legato al governo.

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Qui raggiungiamo l’apice: il «nostro presidente Matteo» è come il papa, infallibile. Qualunque cosa dica è vera, e se non lo è la realtà si adegua al verbo renziano.

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Il signor Paolo, che pare lavorare nel settore della logistica visto l’amore per i pacchi, parla tanto per non dire niente: ritiene che i sostenitori del «No» trovino la ragion d’essere del loro rifiuto nell’opposizione in Renzi. Data la carenza d’argomenti, siamo propensi a pensare che sia il signor Paolo a trovare il perché del suo «Sì» nel suo amore per Renzi.

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A parte il fatto che i senatori non si prendono 20mila euro al mese, figuriamoci netti, il signor Carlo anche contro un’obiezione-chiacchiera affonda miseramente: ignora che l’indennità lorda dei senatori è di 10.385,31 euro e questo la dice lunga sulla sua preparazione. Poi però parte in una generalizzazione totale: «senatori inutili e spesso assenteisti». Purtroppo però dimentica almeno altri tre quarti della riforma.

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Qui «bacchettiamo» la signora Anna che vota «No»: non si può creare una discussione (già su Facebook è difficile) con argomenti così generali e imprecisi. Dobbiamo dare ragione al signor Luciano: bisogna informarsi, è un nostro dovere oltreché un nostro diritto.

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Giusto! Bene hanno fatto 4,7 milioni di italiani a votare Mussolini nel 1924: tanto poi le condizioni sono migliorate, sono arrivati gli angloamericani e hanno portato la democrazia! Renzi non è Mussolini, ma quello di Gabry Mary non è un ragionamento.

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Altro fenomeno che vota «No» dicendo sciocchezze: non si capisce perché Matteo Renzi sia premier in modo incostituzionale. Il presidente del Consiglio viene nominato dal Capo dello Stato e deve ottenere la fiducia in parlamento, già parlare di «elezione» è fuorviante. Cerchiamo di fare informazione senza alimentare leggende metropolitane assurde.

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Questo dialogo ha del surreale: il signor Gilberto, che ha qualche problema con la coniugazione dei verbi, risponde senza dire niente a un’affermazione che non vuol dire niente. Il suo interlocutore continua a non spiegare perché vota «No»: «Mi ringrazierai», ma che vuol dire?

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Al signor Gabriele non piace la presenza di cittadini con idee diverse dalle sue, ce ne faremo una ragione. Nominando solo la questione del bicameralismo paritario (che diventa un «bicameralismo pasticciato») questo utente – come tanti altri, del resto – dimentica una grossissima parte della riforma. Speriamo solo che ne sia consapevole.

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Questo commento è incomprensibile e quindi incommentabile.

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Vedi il commento al signor Gilberto.

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Il Luigi patriota.

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«Ai politici non bisogna mai credere sulla parola», dice quello che sta credendo agli slogan di Matteo Renzi che, tutti sappiamo, non è un politico bensì un carpentiere. «Dobbiamo pensare a tentare di fare credito a queste innovazioni», ma che vuol dire, che dobbiamo farcele piacere per forza?

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Questa è una parte di un commento più lungo di uno di quegli utenti che si diverte a sparare cifre a caso: facciamo un po’ d’ordine. Abolizione del «vecchio» senato? 42 milioni netti. Cnel? 12 milioni. Abolizione rimborsi gruppi regionali? Meno di 20 milioni. Come si possa pensare che le province (che si scrive senza «i», visto che siamo nel 2016) costino 350 milioni è assurdo. Comunque, lo ricordiamo, le province non vengono (necessariamente) abolite, perdono solo copertura costituzionale.

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Club anti-depressi: W l’allegria!

Di Tito Borsa

Giornalista professionista e fotografo. Ho pubblicato vari libri tra storia, inchiesta giornalistica e fotografia

La Voce che Stecca