eri, in occasione dell’8 marzo, si è tenuto lo sciopero delle donne, organizzato da Women’s march in più di 30 paesi, fra cui l’Italia. Da noi in moltissime (ma anche tanti uomini) hanno manifestato prima di tutto contro la violenza sulle donne, ma anche contro la trasformazione dei Centri Antiviolenza in servizi assistenziali, che dal 2015 obbliga di fatto le donne a denunciare i carnefici se decidono di rivolgersi al pronto soccorso o ai Centri Antiviolenza. Un altro tema dello sciopero è stato la richiesta della piena applicazione della Convenzione di Istanbul, ancora non pervenuta nonostante la ratifica dell’Italia.
Anche questo blog, nel suo piccolo, ha voluto fare qualcosa di concreto in occasione dell’8 marzo: abbiamo organizzato una raccolta fondi a favore del Centro Antiviolenza di Padova e abbiamo regalato a tutti i nostri lettori un piccolo ebook a riguardo. Chi scrive, pur consapevole che più di qualcuno all’interno della nostra Redazione è di diverso avviso, aveva già manifestato la propria contrarietà verso lo sciopero di ieri, opinione – personalissima e discutibilissima – che oggi proviamo a spiegarvi meglio.
Una giornata di sciopero è assolutamente inutile essenzialmente per due ragioni: 1. i «danneggiati», ossia i datori di lavoro delle donne e in qualche caso anche l’utenza, non figurano fra i motivi dello sciopero; 2. perché mai questa manifestazione dovrebbe cambiare qualcosa? Non è con uno sciopero che cala la violenza sulle donne, o la legge del 2015 sui Centri Antiviolenza viene cambiata, o viene finalmente applicata in toto la Convenzione di Istanbul. Se per le ultime due cose, obiettivamente scandalose, dobbiamo rivolgerci a chi ci governa (che non viene assolutamente toccato dallo sciopero di ieri), per la questione della violenza si deve mettere in atto un sistema di (in)formazione che renda il fenomeno sempre più raro nei prossimi anni.
Per rifarci ai motivi dello sciopero che vi riportiamo qui a lato, non abbiamo ragione di credere che, grazie alla manifestazione, da oggi le donne possano diventare più autonome, avere più diritti effettivi, avere maggior potere decisionale sul proprio corpo, avere maggior valore nella società e così via. Qui si sta parlando, purtroppo, di questioni ancestrali che sono ancora presenti in ambienti assolutamente impermeabili a ogni progresso civile e umano. Non è una manifestazione, bensì solo il tempo e l’emancipazione generazionale, la cura a questo problema sociale.
Il punto 5. ci rende un po’ perplessi perché non ci risulta che le donne non abbiano il diritto a spostarsi o a rimanere dove meglio credono, tanto quanto gli uomini; mentre il punto 8., il rifiuto dei linguaggi sessisti o misogini, è autonormativo e ginecentrico: voler togliere il diritto a essere (a parole, non nei fatti) sessisti o misogini è del tutto illiberale, e viola il diritto di espressione, che è anche diritto di dire cazzate, e di definirsi grazie a esse. Una cultura della stima di sé, per rifarci in parte al significato attribuitole dal filosofo Paul Ricoeur, intesa come riconoscimento del proprio Io come somma delle proprie qualità, ecco l’unico modo per rendere innocua ogni espressione misogina o sessista, senza togliere agli altri il diritto di esternarla.
Non sono misogino e non sono sessista, questo dovrebbe essere chiaro a tutti, ma insisto nel dire che manifestazioni come quella di ieri, per quanto suggestive e partecipate, non sono la strada giusta: non sarà uno sciopero a migliorare la condizione di inferiorità, più a livello sociale che normativo, della donna in Italia. Forse in altri paesi dove la situazione è diversa, ma qui no. Cerchiamo di essere più concreti: noi abbiamo deciso di donare al Centro Antiviolenza di Padova, ma è solo un esempio fra tantissime azioni che si possono fare.
È inutile riempirsi la bocca di belle parole solo perché è l’8 marzo e poi, per 364 giorni, continuare a pensare che cucinare e stirare siano roba «da donne», mentre spetta all’uomo prendere le decisioni importanti per la famiglia. Proviamo a rifletterci su, uomini e donne, senza manifestazioni o scioperi in mezzo e cerchiamo di capire davvero se concepiamo il rapporto maschio-femmina come paritario. Lasciamo stare, almeno per il momento, la società e concentriamoci su noi stessi: forse scopriremo che non è (ancora) il caso di lanciare pietre. 

 

Di Tito Borsa

Giornalista professionista e fotografo. Ho pubblicato vari libri tra storia, inchiesta giornalistica e fotografia

La Voce che Stecca