Padova: sindaco/sceriffo Bitonci, nuntereggae più!

Padova, 24 settembre, dal fondo di piazza delle Erbe si sentono già dei cori e degli slogan. Gruppi sparsi, più o meno numerosi, si dirigono verso il Liston, dove alle 16 dovrebbe iniziare una manifestazione contro il sindaco Bitonci e la sua politica cittadina. Manca poco all’ora fatidica, ma a quanto pare nessuno sembra davvero aver preso sul serio l’orario annunciato. Poco male: si ha il tempo per salutarsi e scambiarsi due parole, magari distribuire qualche volantino.

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Gli striscioni vengono appesi alle colonne o sostenuti da baldi giovini di varie etnie. Su uno si legge «Controllo popolare / contro lo sceriffo / che vuole comandare»; lo sceriffo è ovviamente il sindaco Bitonci.  Alla fine dei conti saranno circa 400 le persone presenti, per la maggior parte migranti e studenti. Molti anche i lavoratori della logistica, visto che la manifestazione è stata lanciata dall’Adl, sindacato di base molto forte in questo settore, almeno nella provincia di Padova. I numeri dopo tutto non sono così scarsi, anche se è inevitabile pensare che i partecipanti sarebbero potuti essere molto più. Tra l’altro, come dice un giovane abitante dell’Arcella, «di gente che vota a Padova ci sono solo io», volendo sottolineare come la gran parte dei presenti siano studenti fuori sede, pendolari o lavoratori migranti, persone quindi senza diritto di voto per quanto riguarda l’elezione del sindaco di Padova. Ma allora è vero che queste proteste sono ordite da una minoranza di pochi lazzaroni a cui fa schifo l’ordine e la pulizia, che non ha voglia di lavorare e insomma sta al traino delle altre realtà produttive patavine?
A dire il vero, in questo ultimo periodo, non sono affatto mancati i momenti di critica all’amministrazione Bitonci. Solo per citare gli ultimi, il 17 settembre la Rete Arcella Viva ha organizzato una flash-mob in centro, durante la quale un gran frastuono di pentole e mestoli ha inondato la via di fronte al Bo (trattasi di cacerolazo o panelaço, una forma di protesta ancora poco diffusa in Italia, ma che in Brasile, ad esempio, è stata frequentemente usata contro la presidenza Rousseff). La composizione della piazza, in quel caso, era un po’ diversa. La fascia di età media era più alta, la maggior parte erano abitanti di quartiere, locali, senza esplicita affiliazione politica. Si criticava la politica urbanistica del sindaco, l’abbandono e la brutta campagna mediatica in corso contro il Bitonciquartiere Arcella, le nuove strabilianti opere pubbliche volute da Bitonci e che non erano presenti nel suo programma elettorale. Poi, martedì 27, il Comitato per il No allo stadio Plebiscito ha cercato di parlare con il sindaco durante uno dei vari «il Sindaco ascolta», a Mortise. Non sembra che la chiacchierata sia andata granché bene. Anzi, a leggere la pagina facebook del Comitato, sembra che non si possa proprio parlare di chiacchierata. E non ci soffermeremo sulle varie querelles legate alle  ordinanze comunali bitonciane più o meno bislacche, dai negozi di kebab alla libreria Limerick, esercizi commerciali costretti a chiusure anticipate del tutto incomprensibili.
Insomma, si parla spesso di una Padova tutto sommato ben contenta e soddisfatta del lavoro del sindaco, ma forse questa interpretazione della situazione è un po’ riduttiva. Certo, ad un ricco commerciante del centro, ad un pensionato benestante delle piazze, e a tutta una serie di ceti sociali, probabilmente, il tentativo di ingegneria sociale bitonciana potrà anche piacere: un centro storico vetrinetta, il resto quartieri dormitorio, lotta al degrado. Che bella parola degrado! Il significante vuoto più in voga nell’ultimo periodo. Degradante è il lavoratore migrante, a quanto pare, così come lo studente squattrinato che non ha molta voglia di pagare uno spritz annacquato ad uno dei vari esercizi commerciali delle piazze, e preferisce comprarsi due birrette al supermercato per bersele seduto in piazza (a terra!). A quanto pare degrado sono anche i panni stesi ad asciugare. E molte altre cose, a seconda dei gusti.
Intanto cominciano gli interventi dei gruppi presenti: il centro sociale Pedro, il Bios, gli abitanti della Casa don Gallo (un edificio occupato vicino alla Fiera di Padova) e un comitato per l’acqua pubblica, oltre ovviamente all’Adl. I ragazzi del «controllo popolare», invece, sono quelli di Catai, nuovo spazio aggregativo e politico che ha da poco aperto le sue porte in ponte san Leonardo. Sembrano più o meno tutti d’accordo nel criticare il modello di città razzista, classista ed autoritaria che la Lega propone. Si invoca un maggiore controllo da parte degli abitanti e una maggiore capacità di dirigere le decisioni che la giunta prende, piuttosto che subirle. Le rivendicazioni non sono particolarmente estreme. Eppure, per una signora sulla cinquantina a margine del raggruppamento, molta gente, pur condividendo le istanze mosse dai manifestanti, non è voluta venire perché «i centri sociali hanno una brutta fama». Può essere. Ma c’è anche da dire che molti dei presenti sono lavoratori in nero in qualche bar del centro o per conto di qualche azienda di logistica. Se gli va bene saranno pagati in voucher per un impiego che pretenderebbe invece un contratto più stabile. Lavoratori tutti, in qualche modo, e di quei lavori particolari che pur stando al centro della produzione di una città come Padova (dalla consegna dei pacchi al trasporto delle merci, dall’industria dell’intrattenimento alla vendita della frutta al mercato) sembra debbano essere costretti all’invisibilità o anzi tacciati di essere dannosi, brutti, degradanti.
Si potrà dunque certamente discutere dei «centri sociali» e delle loro storie passate; ma sicuramente bisognerà anche mettere in discussione la nostra percezione della vita in città, la nostra abitudine a vedere dove ci chiedono di vedere, il nostro modo di pensare l’organizzazione politica ed amministrativa della cosa pubblica.
Il presidio diventa un corteo, si snoda per il centro. I ragazzi del Pedro scaldano l’aria con cori sagaci e divertenti. Alcuni stranieri sui marciapiedi guardano sinceramente incuriositi e scambiano parole tra loro. Altri sghignazzano dicendo che i presenti sono pochi.
Già, forse quello che si vede oggi sembra poco. Però forse è il caso di preoccuparsi di più quello che, di solito, non si vuole vedere.

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