Quando scriviamo queste righe, all’1 di stanotte con quasi 40mila sezioni scrutinate su 61mila, il «No» domina con il 60% mentre il «Sì» rimane lontano di 20 punti. Matteo Renzi appare provato in conferenza stampa, poco dopo la mezzanotte: «È stata una festa, segnata da qualche polemica, ma una festa in cui tanti cittadini si sono avvicinati e riavvicinati alla Carta costituzionale. Molto bello e molto importante: sono fiero e orgoglioso».

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Il premier inizia il discorso con sportività di fronte alla sconfitta sua e del suo governo, principali promotori e sponsor della riforma costituzionale, ma è consapevole che tutti lo stanno attendendo al varco. E lui al punto focale arriva: tutti i sostenitori del «Sì» non hanno perso, a differenza sua, e per questo «Il mio governo finisce qui. Domani pomeriggio (oggi pomeriggio, ndr) riunirò il consiglio dei ministri e poi salirò al Quirinale per consegnare al presidente della Repubblica le dimissioni». Così si chiude, nonostante non fosse né obbligatorio né scontato, un altro governo della storia repubblicana italiana, il secondo dal 2013, quand’era iniziata la diciassettesima legislatura. Renzi, ben poco spavaldo di fronte alla sua prima grande sconfitta, non manca di cercare di focalizzare l’attenzione altrove: «Ai leader del No congratulazioni e augurio di buon lavoro nell’interesse del paese dell’Italia e degli italiani. Ora tocca a loro avere onori e oneri, a iniziare dalla responsabilità di proporre la legge elettorale, ci aspettiamo proposte serie e credibili».
E non manca neppure il refrain della diversità rispetto ai predecessori: «Dopo ogni elezione resta tutto com’è. Io sono diverso: non sono riuscito a portarvi alla vittoria. Ho fatto tutto quello che si potesse fare in questo momento», questo avrebbe portato il premier alle dimissioni. Numerosi riferimenti alla sua famiglia e ai successi del suo governo, che però non hanno bilanciato l’immagine di Renzi visibilmente provato da questa sconfitta, la seconda del 2016 dopo la perdita di Torino e Roma alle amministrative di giugno.
Le ipotesi sul nuovo governo sono essenzialmente due, e corrispondono rispettivamente a un governo tecnico o di scopo, con il compito principale di creare una nuova legge elettorale prima di andare alle urne al massimo all’inizio del 2018, scadenza naturale della legislatura. 

Di La Voce che Stecca

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