Nata nel 1886 come rimedio medicinale alla stanchezza e al mal di testa, la Coca Cola è oggi una delle bevande più esportate e consumate al mondo: nessuno avrebbe mai immaginato che, negli anni, avrebbe avuto il successo che ha oggi e, come ogni grande multinazionale che si rispetti, colleziona meriti così come pesanti critiche.

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Sicuramente la ventiseiesima posizione guadagnata dall’azienda nella Top 50 delle migliori aziende per il rispetto dei diritti delle minoranze, redatta dalla rivista Foster nel 2004, è uno di quei meriti che le vanno riconosciuti: secondo la rivista infatti la Coca Cola si è distinta per la sua capacità di promuovere la diversità nei suoi posti di lavoro. Ancora, in una campagna sui diritti umani, la Coca Cola ha poi guadagnato il massimo punteggio nel «Corporate Equality Index», per aver inserito nel suo programma di pari opportunità negli impieghi l’orientamento sessuale; nel 2002 l’azienda Coca Cola ha annunciato che avrebbe investito un’ampia somma di denaro (5 milioni di dollari all’anno) per contribuire a cercare delle cure per l’Aids, malattia che spesso veniva contratta anche dai lavoratori delle fabbriche in Africa; infine, numerose sono state le donazioni che l’azienda ha fatto in seguito, per esempio, all’uragano Katrina, che distrusse le coste indonesiane nel 2004, e alle forze di pronto soccorso dell’11 Settembre. A quanto pare, però, i meriti conseguiti non sono riusciti a nascondere l’altro lato della medaglia. Le critiche nei confronti dell’azienda sono state moltissime nel corso degli anni, e soprattutto hanno interessato diversi aspetti: l’aspetto sanitario prima di tutto, quando la Coca Cola venne accusata di non rispettare gli standard sulla salute dei consumatori ma anche dei produttori; l’ambito etico per i suoi rapporti con il nazismo durante la Seconda Guerra Mondiale; ma soprattutto l’ambito giuridico-sociale per quanto riguarda la violazione di diritti umani e di diritti sindacali dei lavoratori, soprattutto in Guatemala e Colombia, paesi che con l’azienda condividono episodi di assassini di lavoratori e, più recentemente, il presunto coinvolgimento di mercenari per assassinare i leader dei movimenti sindacalisti. Insomma, quella della Coca Cola è una storia controversa, anche se non è chiaro quanto questi aspetti, sia i positivi, sia i negativi, siano riusciti a influenzare il consumo della bevanda.
Se pur lontano dal diventare un competitore «pericoloso» per la Coca Cola, è nato però negli ultimi anni un prodotto che si può sicuramente ritenere più politically correct e che, condividendone in parte il gusto, potrebbe essere sostituito alla bevanda più famosa, almeno dai consumatori più attenti, soprattutto di questi tempi dove il «bio»  e l’«eco solidale» vanno ancora più di moda di prima (anche se essere di moda non era il loro scopo). L’Ubuntu Cola è infatti una bevanda a base di zucchero di canna coltivato per lo più in Malawi, ma anche da altri paesi del sud dell’Africa.
Ubuntu, certificato Fairtrade, viene prodotto in Inghilterra dal 2007, ma il suo processo produttivo parte proprio dalle piantagioni africane, dove vengono coinvolti locali che, attraverso il loro lavoro innanzitutto sono riusciti a creare una sorta di «rete lavorativa sub sahariana», ma soprattutto con i guadagni ottenuti riescono ad auto sostenersi, ricevono uno stipendio equo, lavorano tutelati e non escludono nessuno dalla partecipazione attiva stimolando un «senso della comunità». Il «senso della comunità» è forse ciò che più di tutti ha ispirato la creazione di questo prodotto, ma anche il suo nome. «Ubuntu», infatti, in lingua zulu, significa letteralmente «io sono perché noi siamo», un concetto che mi sorprende essere contenuto in un’unica parola, quando nella nostra ne servono molte di più per spiegarlo. Questo dice molto su un popolo, e su una cultura. Ubuntu significa quindi che ogni cosa è condivisa o, come si legge nel sito ufficiale, indica l’essenza dell’essere umano e che «la mia umanità è collegata alla tua». Anche Desmond Tutu, arcivescovo sudafricano noto per la sua lotta all’apartheid, spiega che ubuntu significa credere «che una persona è tale solo attraverso un’altra persona e che la mia umanità è raggiunta se è legata indissolubilmente con la vostra. Quando non riconosco la vostra dignità di esseri umani, allo stesso tempo nego anche la mia».
Questa idea di condividere tutto, dall’umanità al lavoro proporzionalmente retribuito e rispettato, dovrebbe già rendere di per sé questa bevanda degna di essere collocata almeno alla pari delle sue rivali, la Coca Cola e anche la Pepsi, che però detengono ancora oggi il vantaggio della diffusione su larga scala e della più ampia notorietà. Se, da un lato, la Ubuntu, diffusa anch’essa in numerosi paesi e già bevanda ufficiale di alcuni festival per esempio in Portogallo, non si arrende e cercherà di diffondersi sempre di più attraverso i messaggi che porta, dall’altro aiutiamola anche noi: è equa anche nel prezzo, una parte dell’utile viene investita per insegnare ai produttori come migliorare gli investimenti, ed è un’azione sociale concreta. Ah, tra l’altro, è anche buona.

La Voce che Stecca