«Due anni dopo, come possiamo parlare del 7 gennaio 2015? O meglio, come possiamo ancora parlare del 7 gennaio? Altri attacchi si sono succeduti in Francia e altrove in Europa, seppellendo gradualmente quel gennaio 2015 in una lunga lista di crimini terroristici». Così esordisce Riss, direttore di Charlie Hebdo, nell’editoriale dell’edizione speciale per i due anni dall’attentato che decimò la redazione.
La strage alla sede del giornale satirico francese rischia quindi di essere catalogata sotto la stessa etichetta di quella al Bataclan del 13 novembre 2015, di Bruxelles del 22 marzo scorso, di Nizza del 14 luglio e così via. Ma quello che ha colpito Charlie Hebdo «non è stato un attacco come gli altri. Dire questo non implica alcun giudizio sulla sofferenza delle vittime di altri crimini terroristici. Le ferite fisiche e psichiche sono le stesse e vanno tutte rispettate», nonostante questo Riss si riferisce alle «diverse modalità operative» e alle differenti «motivazioni dichiarate per i vari attacchi».
L’attentato alla sede di Charlie Hebdo è stato «un crimine politico il cui obiettivo era eliminare delle idee e coloro che se ne facevano portatori. Quel giorno le vittime sono state uccise a causa delle loro opinioni politiche, dei loro scritti politici, dei loro disegni politici, tutti pubblicati sul giornale politico Charlie Hebdo».
Che cosa simboleggia quindi il settimanale francese? «Libertà di espressione? Lo stesso Charlie non lo sa e non si è mai soffermato seriamente su questa domanda dalla sua rinascita nel 1992. Forse i milioni di cittadini che scesero in strada l’11 gennaio 2015 avevano una risposta a questa domanda, ma vennero immediatamente screditati e accusati di rappresentare una Francia di zombie reazionari-bianchi-cattolici-islamofobi». Dopo la durissima accusa è il momento di concludere con il programma del settimanale per il futuro: «Charlie Hebdo continuerà su questa strada, senza preoccuparsi dei cani da combattimento pieni di odio e dei deficienti pretenziosi che abbaiano come facevano in passato. Musulmani intolleranti, cattolici bigotti, xenofobi fascisti e sette di sinistra: i membri della redazione di Charlie Hebdo morti il 7 gennaio vi hanno combattuti fino alla fine. Il destino dei loro successori è quello di essere altrettanto rabbiosi per ottenere lo stesso risultato».

Nell’immagine in copertina: Charb, direttore di Charlie Hebdo, morto il 7 gennaio 2015

 

Di Tito Borsa

Giornalista professionista e fotografo. Ho pubblicato vari libri tra storia, inchiesta giornalistica e fotografia

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