Drogarsi o non drogarsi, questo il dilemma (dell’individuo)

«Io ho scelto di non scegliere la vita, ho scelto qualcos’altro. Le ragioni? Non ci sono ragioni. Chi ha bisogno di ragioni quando hai l’eroina?». Questa è la conclusione dell’intro di Trainspotting, film cult  – tratto dall’omonimo romanzo di Irvine Welsh – che parla di cinque amici tossici nell’Edimburgo di fine anni Ottanta.
È una frase che stupisce e imbarazza, un po’ come una risata isterica durante il minuto di silenzio a scuola. Stupisce il fatto che fare uso di droga possa essere una scelta come un’altra, imbarazza la semplicità con cui il personaggio di Renton lo dichiara.
In Italia, la droga è ancora un tabù. I genitori non ne parlano, la scuola non ne parla, i figli la consumano.
Mentre qui qualcuno fatica ad ammettere che ci sia una differenza tra droghe leggere e pesanti, in Portogallo si festeggiano i 16 anni dalla riuscitissima depenalizzazione di tutte le sostanze stupefacenti.
Dal 2001, infatti, chi viene trovato in possesso di dosi per uso personale (20 grammi di cannabis, 15 di cocaina o eroina) non è più soggetto ad arresto, ma viene indirizzato a percorsi di recupero. Grazie al provvedimento, il numero degli eroinomani e quello dei contagi da Hiv sono scesi drasticamente.
Tuttavia, resta una questione in sospeso: se c’è un consumatore, c’è anche un fornitore.
Paradossalmente, sembra che si ignori l’esistenza dello spaccio. Eppure costituisce un problema notevole, in quanto è una delle attività più redditizie delle mafie.
Come sottrarre alla criminalità organizzata l’affare del commercio di stupefacenti?
L’unica via sarebbe la legalizzazione di tutte le droghe. Se lo Stato ne avesse il monopolio, inoltre, potrebbe controllare qualità e quantità dei prodotti venduti ed età dei compratori, creando anche nuovi posti di lavoro.
Le argomentazioni a favore della vendita regolamentata di stupefacenti sono solide e dovrebbero bastare di per sé. Ne manca una, però, la più forte: il libero arbitrio.
La droga esiste, ed esiste chi ne vuole fare uso. Se questa persona è adulta e in possesso delle sue facoltà psichiche, dovrebbe essere libera di farlo, anche se è dannoso. Non c’è morale, non c’è perbenismo che tenga, quando il libero arbitrio riguarda la tua stessa persona.
Il proibizionismo non ha mai causato una diminuzione dei consumi, anzi, ha solo assimilato la dipendenza alla criminalità, emarginando persone che avrebbero avuto bisogno di sostegno. È importante notare che in Portogallo, dal 2001, molti tossicodipendenti hanno smesso di sentirsi delinquenti e hanno trovato la forza di chiedere aiuto alle istituzioni sanitarie.
Ci sarà sempre qualcuno che sceglie «qualcos’altro», e deve essere libero di farlo.

 

Sara Latorre

Dalla Bassa Bergamasca alla tentacolare Udine per studiare Mediazione Culturale. Mi guardo intorno e scrivo.

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