L’immagine che vedete qui sopra doveva apparire sopra l’articolo pubblicato ieri a proposito del titolo di Libero di venerdì, «Patata bollente». Dopo una discussione che ha visto coinvolte anche le vicedirettrici Francesca Bortoli e Sara Collalti, abbiamo optato – seppur ancora con qualche riserva – per il più «equilibrato» La patata bollente è una buccia di banana, sicuramente tutt’altro che sessista riferendosi sia alla donna che all’uomo.
Basta una rapida ricerca per capire che «patata lessa» significa «persona goffa» (uomo o donna che sia) e volevamo utilizzarlo per definire (in modo indubbiamente goliardico) la goffaggine dell’uscita di Laura Boldrini, presidente della Camera, a proposito del titolo di LiberoIl motivo per cui chi scrive non ha apprezzato né «Patata bollente» né la risposta della Boldrini è già chiaro dall’editoriale di ieri, quindi evitiamo di ripeterci.
Utilizziamo però la nostra immagine di apertura non utilizzata per introdurre un argomento molto più serio, che risponde al nome di «sessismo» e di «misoginia». Partendo dall’evidente presupposto che chiunque ha il diritto di considerare la donna inferiore all’uomo oppure ha il diritto di fare ironie sulla donna che non farebbe mai su un uomo, l’opinione diventa problema quando diviene concreta, quando da idea diventa fatto. Gli «uomini che odiano le donne», rifacendoci al capolavoro di Stieg Larsson, sono un problema sociale quando l’odio sfocia in violenza, in umiliazione o in ingiuria. Ma anche chi, durante un processo di assunzione lavorativa, preferisce un uomo in quanto tale rispetto a una donna. Anche vedere la maternità come un problema è una piaga sociale che va corretta: qui non è libertà di opinione, è impedire a una cittadina di mostrare il proprio potenziale solo perché ha una vagina.
Se però evidenziare tutti i casi in cui si assiste a un comportamento sessista è relativamente semplice (senza mai cadere nella mania di persecuzione, però), è molto più complesso anche solo formulare un progetto di soluzione del problema, figuriamoci poi metterlo in pratica. Le «quote rosa», l’inserimento in un’assemblea di almeno tot donne, sono aberranti perché causano una disparità inversa di trattamento a seconda del genere. Analogamente è impensabile che lo Stato entri nelle società e nelle aziende (quindi anche nei giornali come Libero) per correggere la gestione verso una considerazione paritaria di uomo e donna: se non viene violata una legge, il pubblico non può mettere il naso nel privato.
La soluzione appare forse quella più scontata, anche se indubbiamente la meno immediata: anziché indignarsi, forse sarebbe davvero il caso di iniziare a coltivare una cultura paritaria sin dalla scuola. Qualcosa negli ultimi anni si è già fatto, ma sicuramente ancor di più si può (e si deve) fare. I risultati arriveranno fra uno o forse due ricambi generazionali, però è più efficace piantare semi non sessisti, piuttosto che cercare di raddrizzare piante che da anni si alimentano di sessismo.
Per il resto, finché sono idee, lasciate in pace chi azzarda una battuta su una donna oppure su un doppio senso fa l’apertura di un giornale. Chi scrive non avrebbe mai approvato il titolo «Patata bollente», però è anche vero che il sottoscritto non dirige Libero, che si rivolge con un certo tipo di linguaggio a un certo tipo di lettori.
Smettiamola di cercare un mondo a nostra immagine e somiglianza, battiamoci piuttosto per un mondo di idee diversissime ma in cui non ci sia discriminazione effettiva e in cui ognuno possa essere lodato o criticato per ciò che è in grado di fare, non per il suo genere. 

Di Tito Borsa

Giornalista professionista e fotografo. Ho pubblicato vari libri tra storia, inchiesta giornalistica e fotografia

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