Julian Assange, giornalista e attivista australiano, dopo che il tribunale di Londra, ha autorizzato formalmente l’estradizione, negli Stati Uniti, e il governo britannico ha firmato l’ordine, rischia una condanna fino a 175 anni di carcere, per aver divulgato su una piattaforma “Wikileaks”, creata nel 2006, documenti e filmati sui crimini di guerra degli Stati Uniti in Afghanistan e in Iraq. Un’inchiesta corposa che presenta prove inconfutabili di numerose violazioni dei diritti umani compiuti dell’esercito degli Stati Uniti. 

Oltre ad illustrare il barbarico modo con cui gli Stati Uniti intendevano consolidare il loro potere nel mondo, presenta le prove di tutti quei crimini delle multinazionali, come la Pfizer in Nigeria, su cui i governi dell’Occidente liberale, hanno pensato bene, non solo di tacere, ma di convincere i propri popoli che agissero nel loro interesse.

Sicuramente, la nazione principale invischiata in tutte queste torbide faccende è rappresentata dagli Stati Uniti, un paese che si è autodefinito, per mezzo del suo 42° presidente, Bill Clinton “la nazione indispensabile”, ossia l’unica nazione che non solo non deve mai soccombere, ma occorre che trionfi eternamente sopra tutte le altre.

Crimini di guerra a stelle e strisce

Definizione che sembrerebbe rappresentare la mentalità di questo paese, che sin dagli anni ’50, quando all’interno degli Stati Uniti si cominciò a diffondere la consapevolezza di poter vincere la guerra fredda contro la Russia, si decise di muovere guerra a nazioni come il Vietnam, l’Afghanistan e Grenada, soltanto per elencarne qualcuno.

Durante le guerre più recenti, in particolare in Iraq, gli Stati Uniti si sono resi protagonisti di numerosi crimini di guerra, nei confronti di civili. I filmati diffusi da Wikileaks, oltretutto, mostrano inconfutabilmente le modalità attraverso le quali, i generali americani, si rendevano partecipi di violenza psicologica, nei confronti dei soldati, affinché compissero qualsiasi azione, anche eticamente riprovevole, per iniettare dentro di loro la convinzione che i crimini nei confronti di persone inermi, i bombardamenti nei centri abitati, siano giustificati dall’inferiorità dei nemici.

La vicenda di Assange è emblematica su molti aspetti, soprattutto se si riflette che il suo trattamento è stato opera di quell’Occidente che si autoproclama democratica e tutrice delle libertà fondamentali dell’individuo. Libertà fondamentali, fra le quali la stampa, che come ricordano la quasi totalità delle Costituzioni europee, nate dopo la Seconda guerra mondiale, è libera e non può essere sottoposta autorizzazione o a censura. Lo stesso Occidente, che con i cosiddetti paesi non allineati è solerte a individuare, talvolta, ad inventare, ipotetiche violazioni dei diritti umani ai regimi illiberali (ossia contrari all’ordine economico e sociale dominante) ma tace vergognosamente, o peggio ancora, cercano di occultare le prove delle ripetute e palesi violazioni di diritti di paesi alleati o guidati da fantocci che dispongono del favore dell’establishment occidentale.

Julian Assange diventa così il simbolo dell’ipocrisia occidentale, che si riempie di retorica sui diritti civili e sulle libertà fondamentali, ma è disposto a difendere i crimini della propria classe dominante e a condannare un uomo, reo di aver fatto il suo lavoro, a una pena che assume un valore simbolico, di intimidazione, per chiunque pensi ancora, di tentare di aprire il vaso di Pandora dei crimini made in Usa.

La Voce che Stecca