Continuiamo nella nostra analisi sulla Russia, concentrandoci sull’ascesa di Vladimir Putin e su come ha affrontato la dissoluzione dell’Unione Sovietica.

L’ascesa di Putin

Sotto la sua guida, nel giro di pochi anni la Russia è tornata a essere non soltanto una potenza regionale, ma in grado, insieme alla Cina e alla sua crescita economica repentina, di rappresentare un ostacolo all’espansionismo statunitense. Espansionismo che al termine della Guerra Fredda ha avuto nuova linfa, specialmente in America Latina con l’appoggio ai cosiddetti «neoconservatori».

Ex membro del Partito comunista, Vladimir Putin fu arruolato nelle file del KGB, dove esercitò dal 1975 al 1991, con il compito principale di redigere rapporti da inviare al Cremlino.  Agli inizi degli anni ’90 comincia la carriera politica, che gli permette di acquisire rapidamente una forte influenza. Si rivela un uomo davvero abile e scala le posizioni dell’entourage di Eltsin, da cui viene nominato primo ministro nel 1999. L’ampio consenso di cui godeva tra la popolazione fu amplificato dai fatti della seconda guerra cecena, dove riuscì a stabilizzare la situazione e sconfiggere le frange più estremiste. Questi successi furono essenziali per prendere il posto di Eltsin al suo ritiro e divenire così presidente ad interim, incarico confermato nelle successive elezioni.

In politica estera

La Russia di Putin si connota fin da subito per le alleanze strategiche con Cina, India e i paesi socialisti in Sud America. In particolare, si ricorda la visita al Lìder Maximo Fidel Castro per rinsaldare l’alleanza della Russia con l’isola socialista di Cuba. A completare l’asse geopolitico si affiancano le amicizie con Paesi ex Urss, come la Bielorussia, e la forte influenza sulle zone calde del Caucaso e del Medio Oriente. Un posizionamento che contrasta apertamente l’opposizione agli stati socialisti degli Stati Uniti, anche e soprattutto nel loro continente. Basti pensare all’embargo a cui è sottoposta Cuba da circa 60 anni.

L’atteggiamento di apertura della Russia di Putin verso i Paesi considerati non allineati è diventato progressivamente una spina nel fianco degli USA. Stati che gli americani non hanno esitato ad aggredire militarmente con la scusa di esportare la democrazia, soltanto perché il loro sistema di politica economica misconosce i presupposti illiberali. A essa si aggiunge la crescita della Cina, che ha definitivamente assunto il ruolo di potenza mondiale in termini economici, battagliando per l’egemonia degli Stati Uniti.

Tale egemonia, dopo la fine della Guerra Fredda, appariva inarrestabile, al punto di suggerire teorie come la «fine della storia», di Francis Fukuyama, la quale teorizzava che dopo la caduta dell’Unione sovietica non ci sarebbero stati modelli alternativi alle cosiddette «democrazie occidentali». La realtà racconta invece di una Cina emergente e di una Russia che assume spesso il ruolo di ago della bilancia nelle controversie internazionali, rediviva nel suo ruolo di contraltare geopolitico principale degli Stati Uniti.

Il fronte Occidentale: neoconservatori e ambiente liberal

Il lavoro di contrasto da parte degli Stati Uniti si concentra prettamente in Europa, di cui la Russia è partner strategico per via delle riserve di gas naturale, in modo da rinsaldare la presa politica sull’UE. Lo attuano attraverso il neoconservatorismo, una teoria politica diffusa negli ambienti della sinistra cosiddetta liberal, che affianca l’attenzione sulle tematiche sociali interne a una politica interventista e da poliziotto del mondo, ma solo verso gli stati non allineati al loro pensiero. Questa dottrina venne elaborata da Jeane Kirkpatrick, ambasciatrice degli USA presso le Nazioni Unite durante il periodo di Ronald Reagan. Le idee neocons ebbero modo di fiorire alla fine della Guerra Fredda per porre le basi del «Progetto per un nuovo secolo americano», che include:

  • Un significativo incremento della spesa militare degli USA.
  • Consolidare i legami con gli alleati degli USA e sfidare i regimi ostili agli interessi e ai valori americani
  • Promuovere la causa della libertà politica ed economica al di fuori degli USA.
  • Preservare ed estendere un assetto internazionale favorevole alla sicurezza, alla prosperità e ai principi dell‘immaginario americano.

Un’opposizione inevitabile

La Russia di Putin, agli albori della presidenza, aveva tentato d’instaurare un dialogo rispettoso con il mondo Occidentale, ma si era trovata di fronte lo scoglio delle politiche aggressive messe in atto dagli Stati Uniti in quegli anni. Pedissequamente spalleggiati dagli altri alleati Nato in Libia, Afghanistan e Siria, solo per citare casi più recenti, essi continuano a destabilizzare gli stati sovrani alleati strategici della Federazione Russa.

Questa politica di aggressione, che mira principalmente a ridurre l’importanza geopolitica e strategica della Russia, ha trovato il suo culmine nella vicenda Ucraina. Nel prossimo articolo descriveremo la lunga opera di destabilizzazione che i neoconservatori americani hanno attuato in Ucraina, portando la Russia lo scorso 24 febbraio a procedere militarmente.

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