a fatto molto discutere la tragedia di Lavagna (Genova): un sedicenne che si uccide dopo che sua madre aveva chiamato la Guardia di Finanza a scuola perché aveva intuito che girasse droga. Una vita spezzata per qualche grammo di hashish. Non ci piace essere melodrammatici o morbosi, ma questa vicenda non ha senso e non può averne: come può il consumo di droga leggera portare a un grado di colpevolizzazione così alto da meritare la morte?
Non partecipiamo alle discussioni sull’opportunità o meno, da parte dei finanzieri, di entrare a casa del giovane, non è questo l’importante. Il punto focale è: criminalizzare, oltreché vietare, il consumo di droga è una scelta conveniente?
La risposta è ovviamente «No». E ve lo dice uno che si fa bastare le sigarette e qualche birra durante i pasti. Non è una questione né etica né ideologica, bensì di semplice buon senso: premesso che è impossibile impedire alle persone di drogarsi, bisogna quindi scegliere la via più conveniente che non è quella che l’Italia sta percorrendo.
Non serve a nulla l’illiberalità di uno Stato che decide cos’è meglio per i cittadini, arrogandosi il diritto di scegliere che alcol e tabacco (pur facendo male e – nel caso del primo – portando a effetti psicotropi) sono leciti mentre marijuana ed eroina no. La prova di questo ce l’abbiamo davanti agli occhi: c’è chi fuma, c’è chi beve ma c’è anche chi si droga.
Premesso quindi che il proibizionismo non serve a nulla, risulta evidente come sia anche dannoso: lo Stato alimenta un sentimento di diffidenza e di pregiudizio nei confronti di chi usa certi tipi di droghe, stranamente non quelle molto costose e chic che vanno di moda nel jet set. Criminalizzare una canna, ma anche una siringa di eroina, porta inevitabilmente il drogato a provare un senso di colpa che nel peggiore dei casi sfocia nell’autodistruzione, come accaduto a Lavagna.
La legalizzazione di ogni tipo di droga a questo punto appare sempre più necessaria e urgente. E questo non equivale di certo a un’apologia delle sostanze stupefacenti, che sono deleterie tanto quanto tabacco e alcol, ma per dare ai cittadini la libertà di scegliere. Certo, se poi ci si mette al volante sotto l’effetto della marijuana o dell’eroina si deve essere puniti severamente, ma finché si assumono queste sostanze senza nuocere a nessun altro se non a se stessi si sta esercitando la propria libertà. Libertà che è anche diritto di farsi del male senza per questo essere definiti dei criminali o la feccia della società.
È assurdo ridimensionare battaglie come questa definendole «di sinistra»: sono battaglie di civiltà e di buon senso. Se la libertà di ognuno di noi finisce dove inizia quella del prossimo, qui stiamo parlando del diritto di fare ciò che è impossibile impedire senza per questo doversi pure sentire in colpa.
Al funerale del figlio, la madre del ragazzo di Lavagna ha detto, rivolgendosi alla Guardia di Finanza: «Grazie per aver ascoltato l’urlo di disperazione di una madre che non poteva accettare di vedere suo figlio perdersi. E ha provato con ogni mezzo di combattere la guerra contro la dipendenza prima che fosse troppo tardi. Non c’è colpa né giudizio nell’imponderabile, e dall’imponderabile non può che scaturire linfa nuova e ancora più energia nella lotta contro il male». Ecco, pur rispettando il dolore di una madre che ha appena perso il figlio, non possiamo sottolineare come nelle sue parole ci sia la colpevolizzazione di cui parliamo: definire la lotta allo spaccio «lotta contro il male» significa definire implicitamente chi si droga il «male». Quale diritto può permettere a qualcuno di giudicare le scelte individuali del prossimo, anche se dannose per la salute, anche se il prossimo è il proprio figlio?

Di Tito Borsa

Giornalista professionista e fotografo. Ho pubblicato vari libri tra storia, inchiesta giornalistica e fotografia

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