Quando, ormai otto anni fa, ho fondato La Voce che Stecca, ho voluto creare un luogo di dibattito tra idee anche molto diverse. Per questo motivo ho dato voce anche a collaboratori che avevano posizioni anche lontanissime dalle mie e nel tempo questa polifonia è stata uno dei punti di forza del blog. Avevo, e ho ancora oggi, la convinzione che darsi ragione a vicenda sia la morte di ogni riflessione e che quindi scontrarsi, anche duramente, con chi la pensa in modo diverso da noi sia fondamentale per crescere e maturare come cittadini.

Nonostante queste premesse, devo dire che l’articolo pubblicato qualche giorno fa in cui Mohamed Niang paragona la «discriminazione» basata sullo «stato vaccinale dell’individuo» a quella che ha colpito gli ebrei con le leggi razziali degli anni Trenta mi ha provocato un fastidio non da poco. Mi sono chiesto: ma che senso ha un paragone come questo? E la risposta che mi sono dato è stata: non ha alcun senso. Vi confesso di aver provato un ulteriore fastidio a vedere un articolo che portava avanti idee così lontane dalla realtà affiancato a un altro contenuto che portava la mia firma.

Ovviamente non ha senso sostenere un paragone fra una segregazione razziale che ha portato a un gigantesco genocidio e le limitazioni alla vita sociale e lavorativa per chi, per scelta, non intende vaccinarsi durante una pandemia. E ve lo dico da critico nei confronti del Green Pass. Già nell’agosto 2021 ne sollevavo le criticità, per esempio per quanto riguardava l’outing forzato per le persone trans. Un paragone come quello esplicitato da Mohamed Niang è, oltreché insensato, anche offensivo nei confronti di tutti coloro che, a causa di una dittatura e delle leggi razziali, hanno vissuto una vera discriminazione e in molti casi hanno anche perso la vita per questo.

In Italia non c’è alcuna dittatura, non c’è alcuno Stato totalitario, nessuno rischia la vita per la sua emarginazione (se non prendendosi il Covid da non vaccinato). Soprattutto, non si può paragonare il Green Pass alle leggi razziali perché l’«emarginazione» è una scelta del singolo: chi sceglie di non vaccinarsi subisce delle limitazioni alla propria vita sociale e lavorativa. Chi veniva colpito dalle leggi razziali non sceglieva di far parte delle categorie discriminate, naturalmente. Sono il primo a pensare che il Green Pass sia poco utile, nonostante ritenga che vaccinarsi sia un atto doveroso per se stessi e per gli altri, ma paragoni di questo tipo sono ridicoli, offensivi e completamente fuori luogo.

Mohamed Niang scrive poi: «D’altronde la storia dell’uomo è lastricata di usi strumentali della scienza, basti pensare al colonialismo ai danni dei paesi africani e asiatici, perpetrata (sic!, ndr) anche grazie a dichiarati uomini di scienza che convinsero le popolazioni ignare dell’inferiorità di altri ceppi umani, giustificando così le peggiori nefandezze che l’uomo possa ricordare». Non mi è chiaro il nesso con il Green Pass e il vaccino e non vorrei pensare che la campagna vaccinale sia vista dall’autore di quell’articolo come un «uso strumentale della scienza» perché negare l’efficacia del vaccino per il contenimento della pandemia significa negare la validità e il senso di dati leggibili da tutti.

L’articolo di Mohamed Niang mi ha messo profondamente a disagio e ha creato un forte conflitto tra la parte di me che ritiene inutilmente offensivo paragonare il Green Pass alle leggi razziali e quell’altra parte di me che ritiene che, anche se io penso che siano solenni sciocchezze, lui ha tutto il diritto di esprimerle e di trovare nella Voce uno spazio che lo ospita. Quell’articolo mi ha dato un dilemma interiore non da poco, che spero di sciogliere dando voce a questo disagio scrivendo queste righe.

Anche il direttore ha ritenuto d’intervenire nel dibattito, ecco la sua posizione.

Di Tito Borsa

Giornalista professionista e fotografo. Ho pubblicato vari libri tra storia, inchiesta giornalistica e fotografia

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